Lettera pubblicata sulla pagina della posta dei lettori del Messaggero Veneto, martedì 27 ottobre 2009, a firma del sig. Giacomo Miniutti di S.Quirino.
E’ un intervento che mi ha profondamente commosso per la delicatezza e l’umanità espressa, e così la pubblico sul mio blog.
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Ho sempre visto mio padre con la valigia in mano. Fin da piccolo. Dal momento che un bambino, per natura, comincia a capire e a memorizzare, forse ancor prima. Un bel giorno partiva e dopo un lungo tempo come d’incanto ritornava. Fino alle scuole elementari, quell’uomo che stava con noi solo pochi mesi e poi spariva, non ho potuto chiamarlo papà. Più tardi capirò chi veramente fosse e perché si comportava così. Ogni anno il copione si ripeteva. Eravamo così fortunati perché, in tempi più remoti, quella scena andava in replica ogni tre se non ogni cinque anni. La mamma mi diceva che il nonno Giacomo e gli altri uomini del borgo, quando emigravano in Marocco o nelle Americhe, si sapeva quando partivano ma non quando tornavano…. se tornavano. L’emigrazione è sempre stata come un male oscuro per la nostra vallata. Il papà verso metà febbraio andava all’ufficio di collocamento a Tramonti di Sotto e verificava le richieste di lavoro che provenivano dall’estero. Non mancavano, soprattutto dalla Germania, dalla Francia e un po’ meno dalla Svizzera. Intanto noi a casa s’attendeva che tornasse a casa con la notizia: l’uno sperava che ci fosse il lavoro e l’altro, nel segreto del cuore, imbrogliava il pensiero illudendoci che non sarebbe partito. Di solito ritornava già con il contratto firmato in tasca, che prevedeva dagli otto ai dieci mesi di lavoro continuato. Il periodo era in base al clima del luogo di lavoro, perché allora in edilizia quando gelava non si lavorava. Ai primi di marzo si partiva e nell’ultima settimana di febbraio, se non c’era più la neve, si approfittava per tagliare qualche albero e per svuotare la piazzola che conteneva il letame. E anche sul finire di quell’inverno, nell’anno 1959 per il papà, inesorabile, arrivò la vigilia della partenza. Quell’anno frequentavo la seconda elementare e dormivo ancora nella stanza matrimoniale con lui e mamma. Uniti pareva che fosse meno freddo. Nei primi anni di vita mi hanno tenuto nel loro letto. Poi, crescendo, mi hanno messo sul pavimento dentro un cassettone tolto dall’armadio. Alla fine, ormai più grandicello, dormivo sempre sul pavimento, ma sopra un materasso da una persona. Quando il papà ripartiva dormivo nel letto grande, con la mamma. Oggi, quando i pensieri tolgono il sonno, rivedo quei giacigli e quel bambino che appena sotto le coperte, era già nel mondo dei sogni. Quella penultima giornata trascorse silenziosa, la sera si cenò quasi per abitudine e si andò a letto senza neanche ascoltare il giornale radio. Pareva che in casa ci fosse un morto. Anche la camera, quella sera, sembrava più buia e più fredda di sempre. Non presi sonno subito, come le altre sere. Il papà e la mamma parlavano con un filo di voce, ma riuscivo lo stesso a sentire. Ascoltavo: “di promesse d’amore, di volersi per sempre bene, d’attese, di fedeltà, di preghiere, di riguardarsi e di notizie per lettera”.Cercavano di muoversi senza fare rumore, ma il letto pareva non essere d’accordo. Forse non comprendeva che quella era l’ultima sera. “Meto durmistu?”. Sentii chiedermi dalla mamma.. E Meto fece finta di dormire e non rispose. Dentro quel silenzio, ogni minimo movimento diventava una tempesta. Il loro letto, sebbene fosse “matrimoniale”, continuava a non capire, senza pudore, scricchiolava. Allora la mamma s’alzò, venne da me, mi rimboccò le coperte e si lasciò ingannare dal mio finto dormire. Tornò dal papà e gli disse: “ Il canaj al durmis”. Finalmente! L’ora tanto attesa era giunta, e anche il letto comprese cosa stava avvenendo. Così esplose di gioia, e fece ancor più rumore. Poi il silenzio. E Meto s’addormentò.
In quella notte pure “l’uccello del malaugurio” capì che doveva tacere.
Anche il giorno della partenza fu grigio. Si fecero le valigie e si attese la sera per andare alla stazione di Gemona del Friuli. Lì il papà avrebbe preso il treno che veniva da Udine, diretto in Germania nella città di Stoccarda. L’appuntamento era per le sette di sera, con “Gjelmin” il postino, che faceva anche qualche servizio di trasporto. Era coscritto di papà, così per il viaggio gli pagò solo il costo della benzina. Alle sei e mezzo eravamo già tutti, valigie comprese, nel “plan da bas”, sulla strada del carro, in attesa della 1100 bianca. Andammo anche io e la mamma, vestiti da festa e con “les scarpetes”, ad accompagnarlo fino a Gemona, mentre i nonni ritornarono mogi alla casa, ma speranzosi di una buon’annata, e ci aspettarono svegli. Il treno arrivò alle nove di sera. Nell’attesa, al bar della stazione, il papà mi comprò una scatola di cioccolatini. Fu la prima volta che vidi un treno. Il papà salì e dal finestrino continuò a salutarci, finchè anche l’ultimo vagone scomparve nel buio della notte. Ancor oggi, quando mangio un cioccolatino o quando vedo un treno passare, m’appare mio padre che, sopra un treno in partenza, saluta promettendo che tornerà. Si tornò verso casa, già con la mente al Natale che, seppur lontano di sicuro sarebbe ritornato. E con lui, anche il papà
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