martedì 10 novembre 2009

Pagherà 10 anzichè 200 milioni

Ormai è calato anche l'ultimo velo di ipocrisia. Stiamo scivolando inesorabilmente verso uno Stato non più di diritto. Quello che sta avvenendo in questi giorni, sarà ricordato dai posteri, come il tentativo (mentre scrivo spero ancora che qualcuno ci salvi) del governo Berlusconi di mandare il nostro Paese democratico alla dissoluzione. Affermare sfacciatamente che bisogna confezionare una legge ad hoc per salvare il sultano di Arcore dai processi in cui è coinvolto, è la negazione di uno Stato di diritto. Eppure lo affermano spudoratamente i maggiorenti del Partito delle Libertà e della Lega. Per sostenere questa aberrazione, questi poveretti continuano a mentire. Ad esempio con la favola che la magistratura si è occupata di Berlusconi solo dopo la sua “discesa in campo”. E’ una balla clamorosa. Già negli anni ottanta Berlusconi ha subito dei processi e delle condanne. I processi che vedevano in causa Finivest c’erano già nel 1991 –1992 , e cioè prima che il sultano di Arcore scegliesse di fare politica in prima persona.
Ora sta emergendo un’altra perla del governo berlusconiano. Si deve sapere che nell’ultima Finanziaria, un suo cortigiano ha inserito un emendamento che recita così: se due processi tributari favorevoli al contribuente finiscono poi in Cassazione, un’eventuale condanna sanzionatoria può essere saldata pagando il 5% dell’importo che la Cassazione ha sentenziato.
Ma guarda che coincidenza, la Mondadori di Berlusconi è esattamente in questa situazione processuale, causa un ricorso del fisco che gli contesta un’evasione di imposte per 400 miliardi di vecchie lire, ovvero 200 milioni di euro attuali.
Per cui se passa anche questo emendamento, Berlusconi non rischia di pagare al fisco200 milioni di euro, ma solo 10. Ovviamente, anche tutti gli altri cittadini che hanno dei contenziosi col fisco simili a quelli di Berlusconi, salderebbero il loro debito allo Stato pagando un miserabile 5%.
Una vergogna! Quando finirà tutto questo? Prima o poi verrà la resa dei conti per coloro che hanno agevolato queste porcate.
La Storia ci insegna, che nulla è eterno e così un giorno chi avrà sostenuto tutto ciò, ne dovrà rendere conto ai cittadini che non si erano piegati a queste mostruosità.
E' buio nel nostro Paese. E' calata la notte sulla nostra Repubblica

lunedì 9 novembre 2009

Pubblico un intervento di Don Farinella sul crocefisso

Povero Cristo in mano a Berlusconi
di Paolo Farinella, prete
"I giornali del giorno 5 novembre 2009, riportano la foto di Berlusconi che tiene in mano un Crocifisso, abbastanza grande. Le cronache dicono che glielo abbia dato il prete di Fossa, nell’ambito della consegna delle case. Se c’è una immagine blasfema è appunto questa: colui che ha varato una legge incivile contro i "cristi immigrati", che parla di "difesa dei valori cristiani". Un prete che consegna il crocifisso a Berlusconi è uno spergiuro come e peggio di lui. Povero Cristo! Difeso da una massa di ladroni che non solo lo beffeggiano, ma lo crocifiggono di nuovo con la benedizione del Vaticano, che per bocca del suo esimio segretario di Stato, ringrazia il governo per il ricorso che presenterà alla Corte di appello di Strasburgo.
Possiamo dire che c’è una nuova "Compagnia di Gesù" fatta di corrotti, di corruttori, di ladri, di evasori, di mafiosi, di alti prelati còrrei di blasfemìa e di indecenza, di atei opportunisti, di cultori di valori e radic(ch)i(o) cristiani … chi prepara la croce, chi la fune, chi i chiodi, chi le spine, chi l’aceto … e i sommi sacerdoti a fare spettacolo ad applaudire. Intanto sul "povero Cristo" di nome Stefano Cucchi, morto per mancanza di "nutrizione e idratazione", da nessuno è venuta una parola di condanna verso i colpevoli di omicidio, nemmeno dai monsignori che hanno gridato "assassino" al papà di Eluana Englaro.
Povero Cristo, difeso dai preti come suppellettile e raccoglitore di polvere nei luoghi pubblici e da tutti dimenticato come Uomo-Dio che accoglie tutti e dichiara che sono beati i poveri, i miti, coloro che piangono, i costruttori di pace, i perseguitati, gli affamati! Povero Cristo, difeso dagli adoratori del dio Po e di Odino che ne fanno un segno di civiltà, mentre lasciano morire di fame e di freddo poveri sventurati in cerca di uno scampolo di vita.
Povero Cristo, difeso dalla “ministra” Gelmini che trasforma il Crocifisso in un pezzo di tradizione “de noantri”, esattamente come la pizza, il pecorino, i tortellini. Povero Cristo, difeso da Bertone che lo mette sullo stesso piano delle zucche traforate.
Povero Cristo! Gli tocca ringraziare la Corte di Strasburgo, l’unica che si sia alzata in piedi per difenderlo dagli insulti di chi fa finta di onorarlo. Signore, pietà!
Guardando a quel Cristo che è il senso della mia vita di uomo e di prete, ho la netta sensazione che dalla sua comoda posizione di inchiodato alla croce, dica: "Beati voi, difensori d’ufficio... beati voi che ho i piedi inchiodati, perché se fossi libero, un calcio ben assestato non ve lo leverebbe nessuno"."

sabato 7 novembre 2009

Antonio Di Pietro e il "Ponte sullo Stretto"

Tanto per fare chiarezza e mettere fine alle troppe illazioni.
Spesso si è detto che Di Pietro, quando era ministro delle Infrastrutture nel governo Prodi, non ha chiuso la società “Stretto di Messina”, permettendo in tal modo al governo Berlusconi appena si è insediato, di ripartire verso la costruzione di questa inutile e costosa opera.
Ed allora, ecco come sono andati i fatti.
Il ministro Antonio Di Pietro quando si è insediato, ha trovato la società “Stretto di Messina” già esistente. Questa aveva già firmato il contratto di costruzione con Impregilo che prevedeva, in caso di rescissione dello stesso, una penale di 380milioni di euro. Tale contratto conteneva però anche la clausola che diceva: se la costruzione del manufatto veniva momentaneamente accantonato in attesa di tempi economicamente migliori, lo Stato non avrebbe pagato nessuna penalità. E così Di Pietro fece. Bloccò l’inizio lavori giustificando la scelta di aspettare tempi migliori.
La società “Ponte sullo Stretto” aveva in cassa un miliardo e 62 milioni di euro.
Cosa ha fatto di questo denaro pubblico Di Pietro?
Destinò quei finanziamenti ad opere stradali e messa in sicurezza di territori della Sicilia e della Calabria (tutti conosciamo dopo gli ultimi, drammatici, eventi lo stato di degrado di molte zone di quelle regioni). Quindi ha ridimensionato la società stessa (aveva 95 dipendenti) lasciandone 5, azzerando il CdA e mettendo come A.D. Ciucci presidente dell’Anas, diminuendo così drasticamente i costi di gestione.
Per cui, senza sciogliere la società, lo Stato non ha pagato la penalità di 380 milioni di euro a Impregilo. Se non si è portato il cervello all’ammasso, chiunque dovrà ammettere che Antonio Di Pietro ha fatto il proprio dovere facendo risparmiare montagne di denaro alle casse dello Stato.
Ora il governo Berlusconi è intenzionato a ripartire con la costruzione di questo ponte, ma questa è un’altra storia.

Intervento del sig. Giacomo Miniutti

Lettera pubblicata sulla pagina della posta dei lettori del Messaggero Veneto, martedì 27 ottobre 2009, a firma del sig. Giacomo Miniutti di S.Quirino.
E’ un intervento che mi ha profondamente commosso per la delicatezza e l’umanità espressa, e così la pubblico sul mio blog.

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Ho sempre visto mio padre con la valigia in mano. Fin da piccolo. Dal momento che un bambino, per natura, comincia a capire e a memorizzare, forse ancor prima. Un bel giorno partiva e dopo un lungo tempo come d’incanto ritornava. Fino alle scuole elementari, quell’uomo che stava con noi solo pochi mesi e poi spariva, non ho potuto chiamarlo papà. Più tardi capirò chi veramente fosse e perché si comportava così. Ogni anno il copione si ripeteva. Eravamo così fortunati perché, in tempi più remoti, quella scena andava in replica ogni tre se non ogni cinque anni. La mamma mi diceva che il nonno Giacomo e gli altri uomini del borgo, quando emigravano in Marocco o nelle Americhe, si sapeva quando partivano ma non quando tornavano…. se tornavano. L’emigrazione è sempre stata come un male oscuro per la nostra vallata. Il papà verso metà febbraio andava all’ufficio di collocamento a Tramonti di Sotto e verificava le richieste di lavoro che provenivano dall’estero. Non mancavano, soprattutto dalla Germania, dalla Francia e un po’ meno dalla Svizzera. Intanto noi a casa s’attendeva che tornasse a casa con la notizia: l’uno sperava che ci fosse il lavoro e l’altro, nel segreto del cuore, imbrogliava il pensiero illudendoci che non sarebbe partito. Di solito ritornava già con il contratto firmato in tasca, che prevedeva dagli otto ai dieci mesi di lavoro continuato. Il periodo era in base al clima del luogo di lavoro, perché allora in edilizia quando gelava non si lavorava. Ai primi di marzo si partiva e nell’ultima settimana di febbraio, se non c’era più la neve, si approfittava per tagliare qualche albero e per svuotare la piazzola che conteneva il letame. E anche sul finire di quell’inverno, nell’anno 1959 per il papà, inesorabile, arrivò la vigilia della partenza. Quell’anno frequentavo la seconda elementare e dormivo ancora nella stanza matrimoniale con lui e mamma. Uniti pareva che fosse meno freddo. Nei primi anni di vita mi hanno tenuto nel loro letto. Poi, crescendo, mi hanno messo sul pavimento dentro un cassettone tolto dall’armadio. Alla fine, ormai più grandicello, dormivo sempre sul pavimento, ma sopra un materasso da una persona. Quando il papà ripartiva dormivo nel letto grande, con la mamma. Oggi, quando i pensieri tolgono il sonno, rivedo quei giacigli e quel bambino che appena sotto le coperte, era già nel mondo dei sogni. Quella penultima giornata trascorse silenziosa, la sera si cenò quasi per abitudine e si andò a letto senza neanche ascoltare il giornale radio. Pareva che in casa ci fosse un morto. Anche la camera, quella sera, sembrava più buia e più fredda di sempre. Non presi sonno subito, come le altre sere. Il papà e la mamma parlavano con un filo di voce, ma riuscivo lo stesso a sentire. Ascoltavo: “di promesse d’amore, di volersi per sempre bene, d’attese, di fedeltà, di preghiere, di riguardarsi e di notizie per lettera”.Cercavano di muoversi senza fare rumore, ma il letto pareva non essere d’accordo. Forse non comprendeva che quella era l’ultima sera. “Meto durmistu?”. Sentii chiedermi dalla mamma.. E Meto fece finta di dormire e non rispose. Dentro quel silenzio, ogni minimo movimento diventava una tempesta. Il loro letto, sebbene fosse “matrimoniale”, continuava a non capire, senza pudore, scricchiolava. Allora la mamma s’alzò, venne da me, mi rimboccò le coperte e si lasciò ingannare dal mio finto dormire. Tornò dal papà e gli disse: “ Il canaj al durmis”. Finalmente! L’ora tanto attesa era giunta, e anche il letto comprese cosa stava avvenendo. Così esplose di gioia, e fece ancor più rumore. Poi il silenzio. E Meto s’addormentò.
In quella notte pure “l’uccello del malaugurio” capì che doveva tacere.
Anche il giorno della partenza fu grigio. Si fecero le valigie e si attese la sera per andare alla stazione di Gemona del Friuli. Lì il papà avrebbe preso il treno che veniva da Udine, diretto in Germania nella città di Stoccarda. L’appuntamento era per le sette di sera, con “Gjelmin” il postino, che faceva anche qualche servizio di trasporto. Era coscritto di papà, così per il viaggio gli pagò solo il costo della benzina. Alle sei e mezzo eravamo già tutti, valigie comprese, nel “plan da bas”, sulla strada del carro, in attesa della 1100 bianca. Andammo anche io e la mamma, vestiti da festa e con “les scarpetes”, ad accompagnarlo fino a Gemona, mentre i nonni ritornarono mogi alla casa, ma speranzosi di una buon’annata, e ci aspettarono svegli. Il treno arrivò alle nove di sera. Nell’attesa, al bar della stazione, il papà mi comprò una scatola di cioccolatini. Fu la prima volta che vidi un treno. Il papà salì e dal finestrino continuò a salutarci, finchè anche l’ultimo vagone scomparve nel buio della notte. Ancor oggi, quando mangio un cioccolatino o quando vedo un treno passare, m’appare mio padre che, sopra un treno in partenza, saluta promettendo che tornerà. Si tornò verso casa, già con la mente al Natale che, seppur lontano di sicuro sarebbe ritornato. E con lui, anche il papà

venerdì 6 novembre 2009

Bossi irride Maroni

Se un segretario politico smentisce un ministro del proprio partito trattandolo da ragazzino irresponsabile come ha fatto Bossi con Maroni, quest’ultimo dovrebbe dimettersi per dignità.
La storia.
Il ministro dell’Interno Maroni, dichiara che se l’opposizione presentasse delle proposte per aumentare i finanziamenti alle forze dell’ordine, la Lega le voterebbe. Tutto questo è stato dichiarato davanti a un grappolo di microfoni e televisioni. Dopo aver preso visione delle dichiarazioni di Maroni, Bossi, lo ha smentito clamorosamente usando questa frase: “Maroni l’ho allevato io da quando era ragazzino e farà quello che dice la Lega. Abbiamo fatto le elezioni con Berlusconi, non con l’opposizione. Tratteremo con Tremonti”.
Un ministro degli Interni preposto alla nostra sicurezza che viene così duramente irriso e smentito da un altro ministro, che è pure il capo del suo partito, se ha un minimo di dignità e orgoglio, dovrebbe dimettersi. Altrimenti devo pensare che il ministro dell’Interno che ha il delicato compito di tutelare la nostra sicurezza, è uomo senza onore.

giovedì 5 novembre 2009

Premier eletto dal popolo

Da quando PDL e Lega con il 47% dei voti hanno vinto le ultime elezioni politiche, il sultano di Arcore ed i suoi cortigiani chiudono generalmente i loro interventi con il solito mantra: “Berlusconi è stato eletto dal popolo e se cade lui, si deve andare a nuove elezioni per rispettare la volontà degli elettori”. Una clamorosa balla. La verità, purtroppo, è che viviamo un periodo storico deprimente, dove la menzogna più smaccata viene enunciata senza arrossire di vergogna. I media del padrone e quelli pubblici al suo servizio, sono proni e accettano ogni stupidaggine che sia funzionale alle strategie piduiste del loro signore e padrone.
La verità è semplice e solare: La nostra Co0stituzione dice che l’Italia è una Repubblica parlamentare e il candidato presidente del Consiglio viene indicato dal presidente della Repubblica il quale poi deve trovare una sua maggioranza parlamentare. La nostra Costituzione non prevede assolutamente l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Questa è la semplice, inconfutabile, verità.
E’ buio nel nostro Paese. E’ calata la notte sulla nostra Repubblica.

Le menzogne sul "Ponte sullo Stretto"

In una recente intervista, il ministro delle Infrastrutture, Matteoli, ha fatto delle dichiarazioni, inerenti il progettato Ponte sullo Stretto di Messina, a dir poco temerarie.
Ha detto: “il Ponte sullo Stretto di Messina non costerà una lira allo Stato”. La realtà è ben diversa. E’ vero che il costo dell’opera è in “project financing”, cioè, pagata con denaro privato, secondo quanto stabilito dal progetto di Ciucci, presidente della Società del Ponte. Ma, ci sono molti ma. Ne elenco qualcuno. Nel progetto è messo in bella evidenza, che il pedaggio del Ponte sarà fornito, così parla il contratto, per il 40% dalle Ferrovie dello Stato che, visto l’obbligatorietà contrattuale, saranno costretti a pagare pedaggi salati. La Società che lo gestirà prevede di recuperare la metà della spesa della costruzione con i pedaggi dopo 30 anni, l’altra metà lo ricaverà vendendo il Ponte allo Stato il quale, sempre contrattualmente, è obbligato a comperarlo. Le opere sussidiarie a terra sono a carico dell’Anas e delle FS e dovranno sollevare la ferrovia e l’autostrada di 80 metri per allinearle con il futuro Ponte. E così, per alzare la linea ferroviaria di quei metri, comporterà il sollevamento della ferrovia partendo almeno da Cosenza, naturalmente a spese dei contribuenti. Il progetto prevede inoltre, la dismissione del trasporto passeggeri sia per nave che per aereo nelle città vicine all’opera, per obbligare i futuri viaggiatori ad usufruire del nuovo Ponte.
Queste sono solo pochi esempi sulle difficoltà oggettive che una struttura così imponente creerà alle due regioni interessate e ai conti pubblici, perché non dimentichiamolo, Anas e FS sono praticamente aziende dello Stato e i loro bilanci vengono sanati con iniezioni di denaro pubblico.
E allora, prima di addentrarci in questa avventura, pensiamoci bene. Il nostro Paese è già troppo indebitato. Bruciare soldi pubblici per costruire un’opera che ricordi ai posteri questo periodo storico con la costruzione del “Ponte Berlusconi” per la gloria futura del sultano di Arcore, alle condizioni date, mi pare semplicemente demenziale.
Poi c'è il problema Mafia. Ma questo è un altro discorso.