L’Italia è un paese libero, se essere liberi vuol dire che né altri individui né lo Stato ci impediscono di agire come meglio crediamo. Tutti, sempre che ne abbiano i mezzi, possono scegliere l’attività che vogliono e dove abitare, esprimere le proprie opinioni, associarsi, votare per un candidato o per un altro, criticare i governanti, educare i figli in tale o in tal altra guisa, professare questa o quella religione o non professarne alcuna. Il problema è che la libertà intesa come assenza di impedimenti non è – di per sé – la libertà dei cittadini, ma la libertà dei servi e dei sudditi. La libertà dei cittadini è un’altra cosa: non consiste nel non essere ostacolati o oppressi, ma nel non essere dominati, ovvero non essere sottoposti al potere arbitrario o enorme di un altro uomo o di altri uomini. Guardiamo il nuovo corso della politica italiana: si è affermato un potere che non è né autoritario né dispotico, ma è enorme. E anche se il potere enorme si è affermato con metodi legittimi, la sua stessa esistenza rende i cittadini servi e genera il cosiddetto sistema della corte. Rispetto alle corti dei secoli passati, quella che ha messo radici in Italia coinvolge non più poche centinaia, ma milioni di persone e le conseguenze sono le medesime: servilismo, adulazione, identificazione con il signore, preoccupazione ossessiva per le apparenze, arroganza, buffoni e cortigiane.
Maurizio Viroli (professore di Teoria politica all’Università di Princeton)
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