La Confindustria ripete fino alla noia che serve più competitività. Gli scontri con i sindacati, specialmente con la Cgil, sono all’ordine del giorno. Ormai è diventato un dialogo tra sordi. Il guaio è che in questi tempi di cambiamenti epocali, questi comportamenti hanno uno sbocco inevitabile: portano alla deindustrializzazione del Paese. Ormai i prodotti con tecnologia matura, vengono e verranno sempre più fabbricati: in Cina, in India, in Brasile e altre nazioni emergenti.
Il “caso Fiat” è esemplare.
Marchionne vuole flessibilità, maggiore produttività, meno diritti per i lavoratori. In definitiva, vorrebbe portarli com’erano molti decenni fa.
Tremonti addirittura spiega che la “626” è un lusso che il nostro Paese non se lo può più permettere.
Insomma, Marchionne e Tremonti vorrebbero ritornare ai “bei” tempi del “padrone delle ferriere”.
Poi però vai a vedere cosa avviene in altri Paese, e scopri che lo stato delle cose non stanno esattamente come ce le dipingono.
La Germania, ad esempio, sta aumentando le proprie esportazioni. Le aziende stanno riassumendo personale. Insomma, la Germania sta uscendo dalle secche della crisi.
Anche se i lavoratori tedeschi hanno più garanzie dei nostri. Il loro mercato del lavoro è più garantito. Eppure, i tedeschi stanno uscendo dalla crisi brillantemente. Grazie al governo della cancelliera Angela Merkel, che ha fatto sentire concretamente la presenza del governo, agli imprenditori ed ai sindacati che hanno compreso pienamente il momento storico che stiamo vivendo.
E noi, cosa dobbiamo e possiamo fare?
Pensare che un operaio precario e senza prospettive, si impegni per aumentare la propria produttività è illusorio. Le minacce confindustriali non portano alla soluzione dei problemi, così come un sindacato poco flessibile arroccato a vecchi schemi.
Al nostro Paese servirebbe un governo che prenda decisamente in mano la questione lavoro in Italia.
Serve un Walfare serio che garantisca di più i lavoratori affinché la perdita del lavoro non significhi entrare nel tunnel della povertà. Bisogna che la flessibilità non diventi sinonimo di precarietà..
Insomma serve creare quel circuito virtuoso tra dipendenti e imprenditori che porterebbe benefici ad entrambi.
Serve più innovazione, più organizzazione, più possibilità di accedere ai finanziamenti.
A questo proposito è scandaloso che le rendite finanziarie siano diventate 500 – 1000 volte il salario di un lavoratore, mentre nel 1960 era solo di 10.
Sono alcune delle storture che la politica dovrebbe correggere.
Il governo dovrebbe incentivare le aziende che investono in ricerca ed innovazione.
Senza ricerca e innovazione tecnologica, la nostra industria è destinata a soccombere.
L’Italia è ancora un grande Paese industrializzato. Ma non bisogna più perdere tempo.
Se non si agisce subito con politiche mirate, le nostre industrie non avranno più nessun futuro, e tra qualche anno nei loro capannoni cresceranno le erbacce.
E’ buio nel nostro Paese.
E’ calata la notte sulla nostra Repubblica.
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