martedì 8 settembre 2026

Speculazione delle raffinerie del petrolio

Il prezzo del petrolio del c.d. Brent europeo è sotto i 100 dollari al barile. Ma noi paghiamo il gasolio e la benzina come fosse quotato a 200. Sembra impossibile ma è così. L’ha spiegato con chiarezza sul Fatto, Enzo Simeoni, un ex manager del settore con 60 anni di esperienza. “Il prezzo finale non è determinato dalla somma del costo del greggio e quello della lavorazione della raffineria che in gergo tecnico si chiama cost-plus, ma è agganciato alla quotazione internazionale dei prodotti petroliferi, il mercato c.d. “Platts Cif Med”. Queste sigle astruse servono a garantire una sola cosa: il valore del prodotto (benzina e diesel) va correlato al costo che un operatore dovrebbe sostenere per procurarsi un prodotto equivalente sul mercato internazionale”. Per cui “se sul mercato internazionale i carburanti sono venduti a 100, io li posso vendere a 100 sul mercato nazionale anche se li ho pagati 20”. Quando ci sono crisi geopolitiche come la guerra nel Golfo Persico, queste fanno impennare le quotazioni Platts e il margine di raffinazione rispetto al costo della materia prima si dilata fino a valori abnormi. E questo si chiama Crack spread”.

In tempi normali il margine lordo di raffinazione viaggia mediamente tra gli 8 e i 12 dollari al barile. Per cui se il greggio Brent costa 75/80 dollari al barile, il prodotto raffinato (Platts) si attesterà attorno a 85/92 dollari/barile. Questo sarebbe il prezzo alla pompa al netto delle accise e dell’Iva.

Ma nelle fasi di shock il Platts schizza verso l’alto, portando la differenza tra la materia prima e la raffinazione anche a 40-50-60 dollari al barile.

Oggi i prezzi alla pompa sono coerenti con quotazioni Platts addirittura di 130/140 dollari al barile. Insomma il consumatore italiano paga il carburante come se il Brent fosse a 200 dollari /barile, mentre la materia prima viene acquistata a prezzi ordinari a 85 dollari. Quindi “la differenza di 100 dollari non è il costo della materia prima: è puro extra-margine accumulato lungo la filiera del prodotto finito”. Per cui i profitti delle raffinerie sono esplosi dall’inizio della guerra in Medio Oriente.

Che fare si chiede Enzo Simeoni. Se l’Italia deve importare carburanti, non può che farlo al prezzo del mercato internazionale. Ma il nostro Paese, però, è in surplus produttivo con una grande capacità di raffinazione. Abbiamo tre raffinerie: Saras a Cagliari, Isab di Priolo Gargallo - Siracusa e Sonatrach di Augusta – Siracusa, che da sole producono 41 milioni di tonnellate l’anno contro un nostro fabbisogno di 30/32 milioni di tonnellate. Sonatrach lavora greggio algerino le altre due non dipendono strutturalmente dal transito di Hormuz.

Sempre secondo Simeoni, tagliare le accise come fa il governo Meloni è un palliativo. L’alternativa è un accordo per gestire le fasi di emergenza. Le raffinerie devono garantire un contingente prioritario di benzina e gasolio per coprire il fabbisogno nazionale, la cui remunerazione non debba essere agganciata  al Platts, ma a un cost-plus che comprenda materia prima, costi operativi e ambientali e un congruo margine industriale, ad esempio: 4/6 dollari al barile.

Con questo non si blocca il loro export, venderanno la quota eccedente. Questi sono dei meccanismi che si applicano in diversi Paesi extra Unione europea. Qualcuno potrebbe obbiettare : “Il problema è che così i trader potrebbero portare le navi dove incassano di più”.

In questo caso si agisce solo sulla capacità nazionale: le raffinerie non possono portarle altrove…”.

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