Con una lettera su Avvenire, il professor Eugenio Mazzarella, filosofo della Federico II di Napoli, ha lanciato la candidatura dei bambini di Gaza al premio Nobel per la Pace.
Ecco il
testo: “Questa mattina di agosto, mentre
mi difendo dal caldo, come tanti altri chiamando “vacanze” questo tentativo
assurdo di stare da qualche altra parte mentre non cambia nulla, e il mio caldo
è niente pensando a quel che succede, mentre ne soffro, a Gaza e Cisgiordania,
non riesco a togliermi dai denti, in cui si impigliano, da cui non volevano
uscire, queste parole. Quelle che leggete. Che poi sono una sola. Basta. Basta
se avete carità. Basta voi che uccidete. Basta voi che mentite. Basta voi che
non fate niente. Basta se ancora siete qualcosa che somiglia ad un uomo. E il Nobel
per la Pace datelo ai bambini di Gaza, morti per la pace che non hanno mai
conosciuto”. Questo sfogo del professore ha ricevuto un diluvio di adesioni
e tra i politici quelli di Schlein e Conte.
I distinguo
sono stati tanti tra i quali: mica si possono premiare questi bambini per il
solo fatto di essere in vita, oppure per i 20mila che l’hanno persa?
Il
presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi su questa proposta
ha dichiarato: “Anche io piango per i
bambini palestinesi vittime di questo terribile conflitto, ma tracciare una
linea di demarcazione sulla sofferenza dei più piccoli è pericoloso.
Un’iniziativa unilaterale come questa cancella i bambini ebrei, anch’essi
travolti da una guerra non certo voluta da Israele. E’ un’apartheid morale: non
si può soffrire per i bambini di una certa parte senza soffrire anche quelli
dall’altra”.
Io
personalmente chiederei a questo sig. Meghnagi cosa ne pensa di Netanyahu, dei
ministri Smotrich e Ben-Gvir che recentemente ha dichiarato che: “A Gaza si dovrebbero uccidere 30 o 40
persone ogni notte”. “Sono un pericolo….
Ci sono persone lì che non sono degne di vivere. Non dovrebbero vivere. Non
sono nemmeno persone”. Oppure festeggia con i suoi complici una sua grande
vittoria politica: l’introduzione della pena di morte per i palestinesi. Oppure
quando mostra orgoglioso una nuova ala del carcere destinata ai condannati a
morte, con al suo interno la forca per le impiccagioni. Oppure quando deride
una ragazza della Flottilla inginocchiata e legata davanti a lui. Oppure quando protegge e istiga pure i
coloni israeliani ad attaccare e uccidere i palestinesi della Cisgiordania.
E mi viene
il voltastomaco quando penso che l’Italia ancora commercia con questi banditi.
E gli vendiamo
e gli compriamo armi.
Marco
Girardo, direttore di Avvenire, ha
così risposto ai critici di questa proposta. L’iniziativa vuole restituire “materia e memoria alla parola pace”. E
che il significato profondo è: “Dire che
i bambini non sono una parte della guerra, sono il giudizio sulla guerra”.
Hanin Majadli giornalista israeliana di origine palestinese, caporedattrice
dell’edizione in arabo del quotidiano israeliano Haaretz, a proposito del fatto
che gli israeliani marchiano con un pennarello i palestinesi arrestati, con un
numero sulla fronte, ha detto: “Cerco di
non paragonare periodi storici. Poi Israele marchia i palestinesi con i
numeri”.
Non ho nulla
da aggiungere.