Si è molto parlato dei gettonisti in sanità. Sono dei medici a partita Iva che vengono chiamati nella sanità pubblica ad occupare dei ruoli che altrimenti rimarrebbero scoperti. Come nei Pronto soccorso. In questa situazione disperante per la sanità pubblica con una carenza di personale sanitario molto pericoloso per i cittadini, succedono dei fatti pazzeschi.
Porto il
caso, che probabilmente non è unico nel panorama nazionale, di un medico
settantenne gettonista che a Frosinone è riuscito a guadagnare nel mese di
gennaio 35.000 (trentacinquemila) euro. Aveva lavorato 442 ore ed ha coperto 36
turni da 12 ore. Mentre un medico strutturato che garantisce la continuità del
servizio, ne guadagna da 3mila a 4mila euro mensili, un decimo del gettonista che lavora a fianco. Usando solo il buon senso è
chiaro che tutto questo ha qualcosa di patologico. Ed è molto chiaro che se
quella Asl ha bisogno di quel medico per far funzionare il Pronto soccorso,
l’alternativa è di chiuderlo. Che poi sarebbe la soluzione migliore: mi chiedo
come possa un medico non più giovane dare un servizio professionalmente
corretto con un ritmo di lavoro simile? Qui è in gioco la salute dei cittadini.
Ai piloti di aerei, ai conducenti dei treni, a chi lavora in posti dove è
richiesta capacità e molta attenzione, vengono fatti periodicamente dei test
per sondare le loro capacità psicofisiche. Per cui com’è possibile che un
medico settantenne possa essere in condizioni ottimali nel Pronto soccorso
della Asl di Frosinone, dopo turni di lavoro così massacranti?
La Sanità pubblica
ha bisogno di una forte sterzata. Prendere periodicamente dei brodini caldi non
serve a nulla. Deve essere ripensata completamente. E tra i primi provvedimenti
dovrebbe essere che la sanità privata, che deve comunque esistere, ma solo per
chi se la può permettere, non deve essere convenzionata col pubblico. Per cui i
finanziamenti nazionali e regionali devono essere indirizzati solo nel
pubblico. In questo modo, secondo il mio punto di vista, molte strutture
sanitarie private sparse nei territori, chiuderebbero senza le convenzioni con
le Regioni e il personale medico che in questi anni se erano andati a lavorare in
queste strutture, chiederanno di rientrare nel pubblico, visto che non
avrebbero altri sbocchi professionali. In tal modo verrebbe risolto il problema
della carenza di personale medico nelle strutture pubbliche.