L’8 agosto 1956 a Marcinelle in Belgio, nella miniera di Bois du Cazier morirono 262 minatori tra i quali 136 italiani. 274 minatori erano scesi fino a 1035 metri di profondità. Una tubatura di olio si ruppe che poi una scintilla, facendo attrito con le pareti, fece scoppiare un incendio che non diede scampo a 262 minatori. Solo dodici si salvarono. Ma com’era a quei tempi l’emigrazione italiana in Belgio? Nel 1946 era stato sottoscritto “l’accordo minatori-carbone” tra il governo del Belgio e quello italiano che garantiva una emigrazione per lavorare nelle miniere belghe a 50mila italiani. Quindi c’è stato uno scambio tra questi lavoratori e le forniture di carbone al Paese. Furono affissi degli avvisi di reclutamento, senza spiegare a gente povera e bisognosa le condizioni di lavoro. Sono partiti tra il 1948 e il 1956 in 250mila, ma sono rientrati perché non vollero lavorare in quelle condizioni, in 170mila. Venivano portati in Belgio in vagoni sigillati scaricandoli nello scalo merci di Bruxelles e poi caricati sui vagoni usati per il trasporto del carbone e venivano lasciati in ex campi di prigionia della seconda guerra mondiale. Baracche senza servizi e con bagni comuni. Coloro che si fiutavano di scendere in miniera, venivano incarcerati finché, raggiunto un numero congruo per riempire un vagone e rispediti in Italia.
Una situazione che dovrebbe farci riflettere sul trattamento che riserviamo alla gente disperata che entra in Italia e quindi in Europa per cercare delle possibilità di una vita migliore per se e per le loro famiglie. Si dirà: ma gli italiani che sono andati in Belgio a cercare un po’ di fortuna erano lavoratori chiamati, non sono entrati illegalmente. Certo, ma noi siamo europei e un minimo di civiltà c’era e c’è ancora, ma coloro che scappano dall’Africa, dal Sudest asiatico, provengono da zone dove i nostri usi e costumi molti non li conoscono.
Per questo, quanto accaduto settant’anni fa a Marcinelle dovrebbe insegnarci qualche cosa. Come non erano numeri i 262 morti nella miniera. Avevano una famiglia, delle persone care. Non erano delle bestie, erano esseri umani. Non erano delle bestie da soma.
Così sono quasi tutte le persone che entrano in Italia e in Ue. Con una propria dignità e voglia di fare, crescere, ma dobbiamo dargli la possibilità di poterlo fare. Vi racconto un fatto personale. A Casarsa hanno assunto dei ragazzi immigrati neri per pulire le strade, i marciapiedi del paese dalle sterpaglie. Pochi giorni fa, mentre ero a passeggio con un mio nipote di 4 anni, li ho incrociati mentre lavoravano. Li ho salutati e non dimenticherò mai la loro reazione: mi hanno guardato con una sguardo di incredulità e di gratitudine come se fossero abituati ad essere invisibili alla gente. Ed ho solo detto un ciao e buon lavoro con un sorriso. E’ un piccolo aneddoto, ma mi ha insegnato che anche le piccole cose fatte col cuore, fanno bene a chi le riceve e pure a chi le fa.
Cerchiamo di rimanere umani.