Carlo Caselli, ex magistrato che ha guidato la procura di Palermo in tempi difficili rischiando la morte, ha elencato alcune riforme del ministro dell’(In)Giustizia Nordio.
Come la
cancellazione del reato di abuso d’ufficio contro le direttive europee; la
legge bavaglio che vieta di pubblicare l’ordinanza di custodia cautelare fino
alla fine dell’udienza preliminare: per cui l’informazione, invece di fornire
elementi obiettivi, si riduce ad ambigue interpretazioni soggettive; l’obbligo
di interrogare l’imputato prima di emettere un provvedimento di cattura può
incentivare la fuga e l’inquinamento delle prove; la Separazione delle carriere
come riforma della giustizia, invece è una riforma dei magistrati per renderli
“morbidi” (targata Licio Gelli); le carceri “bruciano”, sono invivibili, i suicidi
aumentano e Nordio accetta che in uno dei tanti pacchetti sicurezza sia sanzionata
come reato anche la resistenza passiva, cioè non violenta, alle direttive del
personale penitenziario, con il rischio di aggravare tensioni e rabbia; secondo
Nordio nella lotta alla mafia le intercettazioni sono inutili perché i mafiosi
non parlano al telefono; come Berlusconi, Nordio ha sostenuto che il concorso
esterno alla mafia non esiste nel codice: sarebbe un reato evanescente da
rimodulare (senza spiegare come si possa rimodulare una cosa che non esiste); dice
che il Csm è paramafioso, per cui quando un magistrato viene giudicato dal Csm,
“se non ha un padrino è finito, morto”.
Non aggiungo
altro.