lunedì 23 febbraio 2026

E' un referendum decisivo!

Lentamente, mattoncino dopo mattoncino, Meloni ed i suoi complici stanno portando il Paese vicinissimo ad uno Stato di polizia. Alcuni fatti lo testimoniano. Come l’abolizione dell’abuso d’ufficio, la riduzione del traffico d’influenze, la riforma della Corte dei Conti, le leggi bavaglio, il fermo preventivo della polizia e altre ancora per arrivare infine a questo referendum. Per cui per il Sì al referendum di marzo ci bombardano giornalmente con mistificazioni di sentenze giudiziarie, sapendo che questo referendum non cambia di una virgola i tempi biblici dei processi. Siamo ad una svolta della democrazia in Italia. Se vincesse il Sì, questo andazzo securitario per i comuni cittadini acquisterebbe velocità. Per arrivare al risultato sono disposti a tutto.  I giornali schierati a destra, Libero, il Giornale, il Tempo, la Verità, stanno sparando menzogne a palle incatenate. Ormai la realtà dei fatti non esiste più. La Rai è diventata TeleMeloni. Impazzano il solito Vespa, Cerno eccetera. A Mediaset, specialmente Rete 4, sono schierati militarmente. I trombettieri ogni sera sono coi fucili spianati contro il No.

Ma se passasse il Sì la frase, “La legge è uguale per tutti” che già ora zoppica, dopo sarebbe più micidiale per i comuni cittadini, mentre per la razza padrona, politica e finanziaria, questo Paese diventerebbe un paradiso, visto che la giustizia, le leggi per loro non sarebbero più valide. E tutto questo perché inevitabilmente con il Sì il pm cadrebbe sotto il tacco del governo attuale e di quelli che verranno dopo. Che sceglieranno i reati che dovranno perseguire i pm. Per cui è lecito pensare che i reati dei politici e dei colletti bianchi non verranno più combattuti. Saranno perseguiti solo i reati di strada, i reati minori. Intendiamoci, anche quelli molto pericolosi, ma se la legge dev'essere uguale per tutti e questo referendum lo vincesse il Sì, si produrrebbe l'effetto contrario.

Alcuni dicono che l’autonomia della magistratura questo referendum non la tocca. E’ vero, ma poi con delle leggi ordinarie si metteranno i pm sotto l’esecutivo, l’ha già confermato Nordio in una delle sue innumerevoli matttane pubbliche.

 

domenica 22 febbraio 2026

Nicola Gratteri: un eroe

Ecco chi è Nicola Gratteri, oggi procuratore capo a Napoli, la più grande Procura italiana. Gratteri è stato violentato dai politicanti di destra che sostengono Meloni e anche da alcuni di sinistra e dalla stragrande maggioranza dei media, che hanno volutamente travisato una sua intervista, perché sostenitore del No al referendum. Una cosa indegna in uno Stato mediamente civile. Comunque lui ha risposto che: “Il senso della paura l’ho superato 35 anni fa. Non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere”.

Ora sono state rese pubbliche delle intercettazioni della ‘ndrangheta su Gratteri e si capisce il perché non abbia paura di questi attacchi strumentali del potere politico.

Ecco il testo di una intercettazione telefonica registrata a Siderno (Calabria) nell’agosto del 2024 tra Frank Albanese, elemento importante della ‘ndrangheta negli Usa e nelle sue articolazioni in Canada che rappresenta la “famiglia” mafiosa di Siderno, mentre stava in vacanza e uno zio materno tale, Frank Jr. Archino.

Ecco cosa discutevano tra loro di Gratteri.

Archino, che non è indagato, chiama Albanese: “Dopo Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro, anche molto bravo”. “Questo magistrato qui, era di qua, di questa zona (è nato in un comune vicino). Nicola Gratteri è sempre sul telegiornale”. “Dicono che era pure un figlio di puttana!”. “Si il peggiore che abbiamo!”. “Si dicevano che lui era peggio di Borsellino e Falcone”. La conversazione continua: “Lui  (Gratteri) era a Locri, poi da li è andato a Reggio, poi da Reggio a Catanzaro”. Poi Archino lo interrompe chiedendo: “E’ ancora vivo o morto?”. “No è ancora vivo e adesso lo hanno mandato a Napoli”.

Per cui faccio una semplice riflessione: per le minacce di morte ricevute dalla ‘ndrangheta, vive dal 1989 con la scorta di massima sicurezza prevista. Ma finché rimane vivo, per questo potere politico e non solo, è un uomo da evitare come la peste e serve sputtanarlo più che si può.  Se invece muore in un attentato per mano della ‘ndrangheta, molto probabilmente vedremmo questi sepolcri imbiancati piangere sulla sua bara.

E’ già avvenuto sia con Falcone che con Borsellino che da vivi non erano poi molto amati dalla razza padrona, ma dopo che sono stati massacrati dalla mafia e anche da altri poteri, ora vengono venerati come eroi. Ma io penso che non debbano essere ammazzati per capire il loro valore.

sabato 21 febbraio 2026

Meloni bugiarda seriale!

Meloni è una bugiarda seriale e ne ho le prove. Per cercare di vincere il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati e ingannare i gonzi, è capace di mentire sapendo di mentire.

Ecco due esempi.

Il primo riguarda l’algerino irregolare, Redouane Laaleg. Il  giudice ha condannato lo Stato a pagargli 700 euro di danni. Meloni dopo la sentenza se l’è presa con questo giudice sparando la solita litania che è un giudice rosso politicizzato. Ecco in breve la storia di questo processo. Questo algerino è stato 11 volte arrestato, 23 volte condannato e due volte espulso per “pericolosità sociale”. Ma in realtà questo algerino non si è mai mosso dall’Italia, anche se nessun giudice ha vietato di espellerlo dal Paese. Per cui è il governo che non lo ha espulso. A questo Redouane Laaleg è stato comunicato che sarà trasferito a Brindisi. Mentre poi lo hanno portato nel centro in Albania. Ma per rimpatriare un irregolare bisogna essere in Italia. E così il suo avvocato ha chiesto al giudice Bile (ex consulente di Berlusconi) e ottenuto anche un risarcimento danni per i giorni che ha dovuto passare nel centro albanese mentre gli avevano comunicato che la destinazione era Brindisi. Chi ha sbagliato in questa faccenda? E’ evidente, il governo Meloni che non ha riportato in Algeria l’extracomunitario dopo due sentenze di espulsione.

Il secondo riguarda la sentenza del tribunale civile, ripeto civile, di Palermo in cui lo Stato ha dovuto risarcire per un totale di 90mila euro, la nave dell’ong Sea Watch, al risarcimento per il sequestro della nave capitanata dalla tanto vituperata Carola Rakete, colpevole  di aver salvato vite umane nel Canale di Sicilia. Nel 2019, contro il divieto del Viminale, la SeaWach per entrare in porto con i migranti, speronò pure una motovedetta della GdF.

E qui la Meloni, Salvini e altri del cucuzzaro di destra, si sono superati gridando allo scandalo: una nave che entra prepotentemente in un porto cui non era consentito entrare, non solo non è stata condannata, ma lo Stato italiano deve risarcire con moneta sonante la Sea Wach dopo lo speronamento al mezzo della GdF. Ecco come sono andate le cose per avere questo risultato. La sentenza non entra nel merito del fatto e non cita neanche lo speronamento. E’ un tribunale civile! Entra nel fermo della nave e il giudice non dice che era illegittimo. Ma qui casca l’asino. SeaWach fa ricorso contro il sequestro al prefetto di Agrigento che, non ha replicato dopo 10 giorni come impone la legge per confermare o revocare il fermo. E così quei 10 giorni di silenzio - assenso hanno reso nullo il fermo. Ma la nave invece restò bloccata in porto per due mesi. E così il giudice ha sentenziato che lo Stato, (per sua mancanza) deve risarcire questi 60 giorni di fermo non dovuti se il prefetto agrigentino avesse risposto alla Seawach nei 10 giorni previsti dalla legge.

Questi sono i fatti nudi e crudi. I fatti sono così lineari nel suo svolgimento che serve una buona disonestà intellettuale per gridare allo scandalo. Cosa centrino queste due sentenze per gridare che se vincesse il Sì al referendum, questo non avverrebbe, è una presa per i fondelli. Serve solo a imbrogliare i creduloni.

venerdì 20 febbraio 2026

Attenti agli slogan

Ritorno sui facili slogan che la destra usa per infinocchiare i gonzi sul referendum.

Dire che questo è un referendum sulla Giustizia è falso, questo è un referendum sulla Separazione delle carriere dei magistrati. Non cambierà di una virgola i tempi biblici dei processi. Dicendo che è un referendum sulla giustizia si sta estorcendo un consenso. Perché il cittadino è meno attento sulla Separazione delle carriere dei magistrati. Gli interessa poco, mentre parlare della giustizia interessa tutti. E quindi, dire che con questo referendum si migliora la giustizia per i cittadini è un imbroglio. Se passasse il Sì, si indebolirebbe l’unico potere che controlla chi è nella stanza dei bottoni. Io voglio, come scrive Travaglio nel suo libro “Perché No”, un pm che ragiona con la testa del giudice, perché è la migliore garanzia per i cittadini.

Un pm che diventa ”l’avvocato “dell’accusa mi fa paura, perché cercherà di vincere il processo battendo l’avvocato della difesa anche nascondendo delle prove a discarico dell’imputato, cosa che oggi gli è proibita, pena una sanzione importante.

giovedì 19 febbraio 2026

Board of Peace e l'Italia

Oggi il ministro Tajani è a Washington per il primo incontro  del Board of Peace voluto da Trump. L’Italia partecipa come osservatore non avendo sottoscritto l’adesione al Board. La motivazione adottata da Meloni è: l’articolo 11 della Costituzione non ce lo permette. Per cui se la ns. Costituzione lo permettesse, la premier sarebbe entrata in questa associazione pagando una fiche di un miliardo. Ma per altre situazioni emergenziali che sono tante, non ci sono soldi! E tutto questo per compiacere il boss americano. Purtroppo, come ripeto spesso: la serva serve.

Comunque Tajani ha forzato dicendo in Parlamento che l’Italia andrà a questo primo incontro solo come osservatore, ma questo ruolo non è previsto nello statuto del Board. Infatti non si fa menzione, si parla di membri effettivi, con o senza diritto di voto. Per cui o sei dentro il Board o sei fuori. Alcuni ritengono che il Board è nato su un’iniziativa dell’Onu, quando c’erano solo i 20 punti del piano di pace per Gaza. Al paragrafo 9 si nominava il Board senza però descriverne la sua caratteristiche istituzionali. Insomma, il Board of Peace così com’è strutturato, è una creatura del Boss di Washington che si è pure autoeletto presidente a vita come il Papa.

Quindi andare a questa riunione a Washington è sicuramente costata all’erario, ma, come scrive Travaglio, è come pagare il biglietto d’ingresso in un club di scambisti per poi fare il guardone dal buco della serratura: pagare ma non trombare.

Geniale.






mercoledì 18 febbraio 2026

Nordio tragicomico

Volevo non interessarmi più delle mattane di Nordio. Ma sono costretto dopo che ha dato dei para mafiosi ai magistrati del Consiglio superiore della magistratura. Per scusarsi, il nostro ometto ha affermato in maniera tragicomica che la stessa parola l’aveva già usata il pm Nino Di Matteo. Questa bufala è stata praticamente inventata da Nordio. E’ degna di un bugiardo patologico. Di Matteo non parlava solo delle correnti togate, ma anche dei maneggi politici.

Nino Di Matteo era contrario alla separazione delle carriere. Infatti, nella sua carriera ha fatto prima il giudice del tribunale, poi il giudice istruttore e poi il pm.

Come scrive nel suo editoriale Travaglio: “Nel 1992 e nel 1994 (Di Matteo) firmò due volte un appello con centinaia di pm dell’Anm “contrari alla divisione delle carriere dei magistrati requirenti e giudicanti”, perché “l’indipendenza del pm dall’esecutivo e l’unicità della magistratura ha rappresentato in concreto, una garanzia per l’affermazione della legalità e la tutela dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e la possibilità di passare dalle funzioni giudicanti a quelle di requirenti e viceversa, è un’occasione di arricchimento professionale e ha consentito al pm italiano di mantenersi radicato nella cultura giurisdizionale”. Dunque “ Il nostro impegno potrà continuare nelle attuali funzioni solo se sarà ancora riconosciuta al pm la funzione di effettiva difesa della legalità”. Questo per quanto riguarda Di Matteo. Ma ora devo ricordare , sempre grazie a Travaglio, che nel 2010, Nordio ha scritto un libro con Giuliano Pisapia, “In attesa di giustizia” ed Guerini. Nel libro ridicolizzò la separazioni delle carriere come “un problema secondario che non merita di invelenire ulteriormente i rapporti tra Parlamento, avvocati e magistrati”, perché “l’urgenza più immediata è ridare alla giustizia un minimo di efficienza e la separazione delle carriere non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con il funzionamento celere e incisivo della macchina giudiziaria”.

Forse il Nordio che ha scritto il libro, era un suo avatar.

martedì 17 febbraio 2026

Brunetta dorato

Nella Villa Lubin di Roma sede del Cnel, domina incontrastato Brunetta. Dopo aver speso soldi per dei tappeti rossi, lampadari, tendaggi e una dependance, ora vuole assumere altri 23  dipendenti di questo carrozzone pubblico, come lo dipingeva lui quand’era ministro della Pubblica Amministrazione, per cui aumentano le spese. Ha così chiesto alla presidenza del Consiglio di aumentare la grana a sua disposizione “con il solito spirito di collaborazione”. Brunetta è quello che solo qualche mese fa a fatto inorridire i cittadini perbene perché aveva deciso di auto aumentarsi lo stipendio portandolo dai 240mila euro ai 310mila annui. Poi questa manovra è stata bloccata (fino a quando?) dalla Meloni visto il sollevamento pubblico alla notizia.

Nel piano triennale brunettiano, il fabbisogno di personale appena approvato dice che questo serve perché “possa traguardare gli ambiziosi e crescenti obiettivi prefissati”. Dice anche che “per l’anno appena iniziato è previsto il reclutamento di un dirigente di seconda fascia, di sei funzionari e di otto assistenti per un costo di 600mila euro.” E poi “la pianificazione dei fabbisogni e delle assunzioni potrà meglio consentire a questo Organo di rilievo costituzionale di continuare ad operare nell’ambito delle iniziative di rilancio, poste in essere già da tempo”.

 Siete ancora vivi?

Finisco con una considerazione: Brunetta da ministro diceva che il Cnel bisogna abolirlo perché era un carrozzone inutile, oggi che ne è presidente ne vuol fare un carrozzone dorato.

Naturalmente con denaro pubblico.