martedì 22 giugno 2010

Watergate italiano

Forse se ci paragoniamo ad una Repubblica delle banane, i Paesi bananieri, dopo ciò che sta accadendo in Italia, potrebbero portarci davanti alla Corte Internazionale dell’Aia, per averli diffamati.
Non credo che esistano Stati, che si dichiarano democratici, in cui un teste convocato da un PM per interrogarlo, chieda di mandare gli ispettori del ministero della Giustizia per controllare il lavoro proprio di questo PM.
L’avvocato Ghedini, deputato, ministro ombra della giustizia di questo governo, nonché avvocato personale di Berlusconi ha fatto tutto questo.
Come avesse detto: “Chi tocca i fili, muore”.
La storia.
Tutto comincia con un certo Fabrizio Favata, ex socio ed ex consulente di Paolo Berlusconi.
Attualmente Favata è ospite delle patrie galere, accusato di estorsione nei confronti di Roberto Raffaelli, amministratore della Rsc (Research system control), società che dava in affitto alla procura di Milano, la strumentazione per intercettare le conversazioni telefoniche degli indagati nell’estate dei “furbetti del quartierino”. L’accusa a Favata è di aver estorto 300mila euro a Raffaelli per non rivelare alla stampa la notizia di fatti illegali che lui avrebbe commesso coinvolgendo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e suo fratello Paolo.
Tutto inizia con quella conversazione telefonica intercettata tra Fassino e Consorte e che contiene la famosa frase dell’allora segretario dei DS: “allora, abbiamo una banca?” e che si riferiva alla scalata di Unipol, di cui Consorte era il numero uno, alla Banca Nazionale del Lavoro.
Questa intercettazione era segreta. Non era stata neanche trascritta. I magistrati che stavano indagando su queste scalate bancarie, non ne conoscevano il contenuto. Sempre secondo l’accusa, Favata e Raffaelli, avrebbero poi fatto sentire il nastro dell’intercettazione a Silvio Berlusconi e a suo fratello Paolo. Questo incontro sarebbe avvenuto nella villa di Arcore la vigilia di Natale del 2005.
Secondo la Repubblica del 6 maggio 2010, Berlusconi a questi due signori disse: “Grazie, la mia famiglia vi sarà grata in eterno”.
Mentre secondo il Corriere della Sera del 26 maggio del 2010, Favata e Raffaelli, in quell’incontro, consegnarono il nastro registrato a Silvio Berlusconi e a suo fratello Paolo.
Alcuni giorni dopo, il 31 dicembre 2005, Il Giornale di Paolo Berlusconi pubblicò l’intercettazione ancora segreta.
Secondo il PM, Raffaelli ha portato il nastro a Silvio Berlusconi, perché sperava di ottenere dal presidente del Consiglio, Berlusconi, una intercessione presso il governo romeno per un appalto istituzionale in Romania, sempre nell’ambito dell’attività di intercettazione della sua azienda.
Ecco, questa è la vicenda a grandi linee e l’avv. Ghedini doveva essere ascoltato come persona informata dei fatti. Come scrive il Fatto quotidiano, a lui (Ghedini) e al suo assistente, l’avv. Cipollotti, Favata, in cambio del silenzio su tutta questa storia, aveva chiesto denaro senza ottenerlo. Ghedini si è trincerato dietro il segreto professionale visto che è il difensore di Silvio Berlusconi. La Procura ritenne invece che questa posizione fosse strumentale. Così è stato chiamato più volte a testimoniare, ma ha sempre disertato usando varie motivazioni. E così il Pm Meroni si è visto costretto a chiedere alla Giunta della Camera l’autorizzazione all’accompagnamento coatto, poi ritirata perché l’avvocato di Berlusconi ha assicurato che si presenterà per testimoniare. Per cui, ora, è stata concordata una data con la procura.
Poi, l’avv. e on. Ghedini, ha avuto dei ripensamenti e con il suo sodale, il ministro dell’Ingiustizia Alfano, ha fatto richiesta per un’azione disciplinare contro il PM. Sembra la rappresentazione della classica frase che i potenti usano spesso: “lei non sa chi sono io”.
E così è partito il fuoco di sbarramento sul Pm Meroni, che “incautamente” vuole andare fino in fondo su una vicenda che ha tutta l’aria di diventare un “Watergate” italiano.
IL Watergate americano, è utile ricordarlo, ha costretto alle dimissioni l’allora presidente americano, Nixon.
Chissà cosa potrebbe succedere da noi, se questa indagine proseguisse come dovrebbe in uno Stato di diritto.
A questo proposito è bene ricordare che Berlusconi è diventato, per diciotto mesi con l’approvazione del “legittimo impedimento”, immune dalle leggi.
Tutti i suoi processi sono bloccati.
Ed è per questo motivo che l’ho ribattezzato: re Sole di Arcore. Quando è stato bocciato il "lodo Alfano", da re Sole era ridiventato sultano, oggi, con il "legittimo impedimento", è di nuovo immune dalle leggi come Luigi XIV, il re Sole di Francia.
Per cui Silvio Berlusconi è nuovamente: il re Sole di Arcore.

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