giovedì 26 luglio 2012

Testo della mia "L'Isola" a TPN del 25 luglio 2012

Il procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, in merito allo scontro tra la Procura di Palermo e il presidente Napolitano, dice: “Il nostro Paese è teatro di una guerra vera e propria.

Non contro la crisi economica.
O contro la disoccupazione.
O contro l’evasione fiscale.
O contro la corruzione.
La vera guerra che si combatte è contro la Procura di Palermo, e il bersaglio principale è il pm Antonio Ingroia. Un magistrato pupillo di Paolo Borsellino, da sempre in prima linea contro la mafia. Un pm che anziché godere della stima e fiducia di tutti per il lavoro pericoloso che sta svolgendo, viene trattato alla stregua di un poco di buono”. “Addirittura - ricorda ancora Caselli - al Senato, mentre veniva ricordato il suo nome per un gravissimo attentato contro di lui, una parte dell’Aula ha fatto un coretto di irrisione appena è stato pronunciato il suo nome”.
Pare incredibile che in un Paese in cui le mafie sono ormai l’antistato e fatturano oltre 150 miliardi di euro l’anno, chi le combatte rischiando la vita, venga irriso all’interno del nostro massimo organo rappresentativo.
Per coloro che non conoscono i fatti o hanno la memoria corta, tutto nasce dalle telefonate che Mancino fa al Quirinale, preoccupato per l’accusa di falsa testimonianza dei pm palermitani che indagano sugli attentati mafiosi e della trattativa che c’è stata tra lo Stato e la mafia siciliana nei primi anni novanta, periodo in cui Mancino era ministro dell’Interno. Indagini che la procura di Palermo sta svolgendo per trovare chi nelle Istituzioni, ha trattato con la mafia colpevole di quelle stragi.
Mancino ha quindi paura e chiede aiuto al Quirinale. Ma le sue utenze telefoniche sono intercettate. E così emerge, come scrivono “Repubblica” e il “Fatto Quotidiano”, che ha parlato tra diverse telefonate, due volte direttamente col presidente della Repubblica dei suoi problemi giudiziari con la procura palermitana.
Quasi tutti i media, hanno gridato allo scandalo di “lesa maestà”.
Hanno tuonato che il presidente non si può intercettare.
Che quelle due intercettazioni devono essere distrutte prima che siano rese pubbliche.
Tutti i politici di destra, di sinistra, di sotto e di sopra, ad esclusione di Antonio Di Pietro, si sono trasformati in corazzieri a difesa del Presidente.
Alfano, che non si dimentica mai di essere il maggiordomo, pardon il segretario del partito di Berlusconi, ne approfitta per dichiarare che serve subito una legge sulle intercettazioni, che taglierebbe le unghie ai magistrati inquirenti, imbavagliando pure l’informazione.
Travaglio invece si chiede: “Napolitano, con la denuncia alla Corte Costituzionale, accusa Ingroia e compagni, di attentato contro il Capo dello Stato. Per cui se è vero ciò che dichiara, questi pm hanno violato le prerogative del Presidente della Repubblica, bisognerebbe, quindi, processarli per EVERSIONE CONTRO LO STATO”.
Mi chiedo: perché non li denunciano e li processano, questi pm eversori?
E sempre Travaglio scrive che se Napolitano vuole che la Consulta colmi i buchi e i vuoti normativi sulle intercettazioni indirette al Presidente, se ne deduce che non esiste nessuna legge che imponga ai pm di distruggerle. Per cui, se la legge non esiste e c’è un vuoto normativo, Ingroia ed i suoi colleghi del pool di Palermo, fino a quando restano in vigore le leggi attuali, non POSSONO distruggere le intercettazioni senza la presenza del difensore di Mancino e del Gip (Giudice delle indagini preliminari).
Napolitano dice che il ricorso alla Corte Costituzionale non lo fa per interesse personale, ma per non creare un precedente che potrebbe limitare le prerogative ai suoi sucessori.
A me pare, e dico PARE, che se nelle sue telefonate con Mancino, non ci fosse nulla di compromettente, Napolitano avrebbe interesse che diventassero pubbliche senza creare tutto questo caos istituzionale, indebolendo in tal modo gli inquirenti palermitani.
Chiudo con le parole pronunciate all’inizio dell’intervento del pm Roberto Scarpinato, procuratore generale a Caltanissetta, fatto durante la commemorazione nel ventennale della morte di Paolo Borsellino e della sua scorta, non riportato dalla quasi totalità dei media e che spiega con chiarezza in quale infido terreno si stanno muovendo questi eroici magistrati palermitani.
Dice Scarpinato: “Caro Paolo, stringe il cuore a vedere talora tra le prime file nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra la negazione di quei valori di giustizia e legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere e come se non bastasse, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e a barattare l’anima in cambio di promozioni in carriera”.
Poche ore prima, nel Palazzo di giustizia di Palermo, sono state lette le parole inviate per la commemorazione dal presidente Napolitano.
Non le hanno applaudite: Salvatore e Rita Borsellino, fratello e sorella di Paolo, Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, Sonia Alfano, europarlamentare, figlia di un giornalista ucciso dalla mafia e Antonio Di Pietro, l’unico leader politico che non ha accettato di partecipare alla delegittimazione, direi meglio, alla lapidazione del pool antimafia di Palermo.





1 commento:

Anonimo ha detto...

Caro Anilo, ho seguito con interesse il video dove esprimi il tuo disappunto per la mancata risposta di "t"ondo alla tua lettera dove dichiaravi apertamente l'inopportunità dell'incontro con il
parlamentare siculo, ora io mi chiedo quale sia la tua opinione sull'opportunità che il nostro partito in friuli sia rappresentato da un coordinatore ex UDEUR.
Ti ringrazio anticipatamente per la risposta o il silenzio che riterrai opportuno darmi.
Un caro saluto da chi ti rimpiange!
Marco