C'era
una volta un Paese dove l'imposizione fiscale aveva raggiunto livelli
insostenibili ed i cittadini si stavano impoverendo sempre di più.
Diversi
imprenditori spostavano le loro attività industriali nei paesi
confinanti, perché questi avevano una tassazione molto inferiore.
Sempre
in quel Paese, quasi il 90% delle imposte incassate dall'erario,
venivano pagate dai lavoratori dipendenti e pensionati.
Gli
autonomi, gli imprenditori ed i professionisti, fiscalmente parlando,
erano cittadini con le pezze sul sedere.
Sempre
in quello strano Paese si era raggiunto l'apoteosi della
sfrontatezza, quando un vecchio presidente del Consiglio aveva
avuto l'ardire di portare al governo come ministro, un suo sodale
perché potesse usare la formula del “legittimo impedimento” nel
processo in cui questo personaggio era imputato, col chiaro tentativo
di bloccarne le udienze e non arrivare così a sentenza.
Per
la cronaca, i giudici non avevano accettato la richiesta del
“legittimo impedimento”, per cui il processo proseguì
regolarmente e lo “strano” ministro, nel frattempo dimissionato a
furor di popolo, venne poi condannato a 2 anni di carcere.
Sempre
in quello strano Paese, alle elezioni politiche venivano presentati
da parte di alcuni partiti, dei candidati accusati o condannati per
reati gravissimi.
Se
chiedevi ragione per queste scelte, i maggiorenti di quei partiti ti
rispondevano: il partito ha nominato una commissione che valuterà
caso per caso, i reati cui sono stati condannati o inquisiti i vari
potenziali candidati.
Per
cui, per questi politicanti, le regole che si dava il partito,
valevano più delle sentenze dei tribunali, delle leggi dello Stato.
Sempre
in quello strano Paese, dei politici condannati ed altri inquisiti,
si presentavano nei dibattiti pubblici con la sicumera, con la boria
di chi si sentiva immune, di chi si sentiva al di sopra delle leggi
dei comuni mortali.
Sempre
in quello strano Paese, quando dei politici di un partito in
particolare, veniva beccato con le mani sulla marmellata,
immediatamente scattavano le accuse ai magistrati di complotti, di
giustizia ad orologeria e altre amenità, supportati dai media al
servizio permanente del capo assoluto di quel partito.
Sempre
in quello strano Paese, qualche parlamentare ammetteva, senza
arrossire di vergogna, che la sua rielezione in Parlamento gli
serviva per avere l'immunità e non andare in galera.
Sempre
in quello strano Paese, il senso della legalità era completamente
scomparso.
La
corruzione, visto l'andazzo generale, dilagava a tutti i livelli
della società.
L'eterna
lotta tra guardie e ladri era ormai stata vinta dai ladri.
L'evasione
fiscale aveva raggiunto vette inimmaginabili per uno Stato civile.
Ma
alcuni cittadini, nonostante tutto, notavano le differenze etiche che
vigevano in altri Paesi rispetto a quanto accadeva nel loro Paese.
Ad
esempio, quando vedevano che in Germania un presidente della
Repubblica si era dovuto dimettere, perché avevano scoperto che un
imprenditore aveva pagato a lui e alla sua signora il conto
dell'albergo in cui erano stati ospiti per un week end romantico.
Oppure,
quando vedevano, sempre in Germania, un importante ministro
dimettersi, perché era stato scoperto che diversi anni prima aveva
copiato una parte della sua tesi di laurea.
O
quando leggevano che in Inghilterra un ministro si era dovuto
dimettere per non aver pagato i contributi alla sua colf.
Oppure
che in Israele era stato spedito in carcere un presidente della
Repubblica, condannato per aver molestato sessualmente le sue
segretarie.
Ma
ad una parte importante dei cittadini, sempre di quel Paese, sembrava
incredibile che ci fossero degli Stati così giustizialisti.
Infatti,
sempre in quello strano Paese, se qualche personaggio importante
veniva beccato mentre rubava, malversava, corrompeva o compiva altri
reati, scattava immediatamente da parte dei potenti a lui vicini la
solita litania: noi siamo garantisti e, come dice la nostra
Costituzione, fino a quando non è stata emessa una sentenza di
condanna definitiva, tutti devono essere considerati innocenti.
E
allora, ecco cosa scriveva Italo Calvino nell'Apologo
sull'onestà nel Paese dei corrotti.
Che
ovviamente per questioni di tempo sono costretto a sintetizzare:
“C'era
un Paese che si reggeva sull'illecito.
Un
Paese in cui tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a
quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua
stabilità, compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone
potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio
morale e sentirsi così con la coscienza a posto.
Avrebbero
potuto dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel Paese, non
fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui
non si sapeva quale ruolo attribuire: GLI ONESTI.
Erano
costoro onesti, non per qualche speciale ragione, erano onesti per
abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma
non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro
a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa
funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il
guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla
soddisfazione di altre persone.
In
quel Paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto,
loro erano i soli a farsi degli scrupoli, a chiedersi ogni momento
cosa avrebbero potuto fare”.
Credo
che su queste parole dovremmo meditare profondamente.
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