giovedì 24 gennaio 2013

Testo della mia "L'Isola" a TPN del 23 gennaio 2013


C'era una volta un Paese dove l'imposizione fiscale aveva raggiunto livelli insostenibili ed i cittadini si stavano impoverendo sempre di più.
Diversi imprenditori spostavano le loro attività industriali nei paesi confinanti, perché questi avevano una tassazione molto inferiore.
Sempre in quel Paese, quasi il 90% delle imposte incassate dall'erario, venivano pagate dai lavoratori dipendenti e pensionati.
Gli autonomi, gli imprenditori ed i professionisti, fiscalmente parlando, erano cittadini con le pezze sul sedere.
Sempre in quello strano Paese si era raggiunto l'apoteosi della sfrontatezza, quando un vecchio presidente del Consiglio aveva avuto l'ardire di portare al governo come ministro, un suo sodale perché potesse usare la formula del “legittimo impedimento” nel processo in cui questo personaggio era imputato, col chiaro tentativo di bloccarne le udienze e non arrivare così a sentenza.
Per la cronaca, i giudici non avevano accettato la richiesta del “legittimo impedimento”, per cui il processo proseguì regolarmente e lo “strano” ministro, nel frattempo dimissionato a furor di popolo, venne poi condannato a 2 anni di carcere.
Sempre in quello strano Paese, alle elezioni politiche venivano presentati da parte di alcuni partiti, dei candidati accusati o condannati per reati gravissimi.
Se chiedevi ragione per queste scelte, i maggiorenti di quei partiti ti rispondevano: il partito ha nominato una commissione che valuterà caso per caso, i reati cui sono stati condannati o inquisiti i vari potenziali candidati.
Per cui, per questi politicanti, le regole che si dava il partito, valevano più delle sentenze dei tribunali, delle leggi dello Stato.
Sempre in quello strano Paese, dei politici condannati ed altri inquisiti, si presentavano nei dibattiti pubblici con la sicumera, con la boria di chi si sentiva immune, di chi si sentiva al di sopra delle leggi dei comuni mortali.
Sempre in quello strano Paese, quando dei politici di un partito in particolare, veniva beccato con le mani sulla marmellata, immediatamente scattavano le accuse ai magistrati di complotti, di giustizia ad orologeria e altre amenità, supportati dai media al servizio permanente del capo assoluto di quel partito.
Sempre in quello strano Paese, qualche parlamentare ammetteva, senza arrossire di vergogna, che la sua rielezione in Parlamento gli serviva per avere l'immunità e non andare in galera.
Sempre in quello strano Paese, il senso della legalità era completamente scomparso.
La corruzione, visto l'andazzo generale, dilagava a tutti i livelli della società.
L'eterna lotta tra guardie e ladri era ormai stata vinta dai ladri.
L'evasione fiscale aveva raggiunto vette inimmaginabili per uno Stato civile.
Ma alcuni cittadini, nonostante tutto, notavano le differenze etiche che vigevano in altri Paesi rispetto a quanto accadeva nel loro Paese.
Ad esempio, quando vedevano che in Germania un presidente della Repubblica si era dovuto dimettere, perché avevano scoperto che un imprenditore aveva pagato a lui e alla sua signora il conto dell'albergo in cui erano stati ospiti per un week end romantico.
Oppure, quando vedevano, sempre in Germania, un importante ministro dimettersi, perché era stato scoperto che diversi anni prima aveva copiato una parte della sua tesi di laurea.
O quando leggevano che in Inghilterra un ministro si era dovuto dimettere per non aver pagato i contributi alla sua colf.
Oppure che in Israele era stato spedito in carcere un presidente della Repubblica, condannato per aver molestato sessualmente le sue segretarie.
Ma ad una parte importante dei cittadini, sempre di quel Paese, sembrava incredibile che ci fossero degli Stati così giustizialisti.
Infatti, sempre in quello strano Paese, se qualche personaggio importante veniva beccato mentre rubava, malversava, corrompeva o compiva altri reati, scattava immediatamente da parte dei potenti a lui vicini la solita litania: noi siamo garantisti e, come dice la nostra Costituzione, fino a quando non è stata emessa una sentenza di condanna definitiva, tutti devono essere considerati innocenti.
E allora, ecco cosa scriveva Italo Calvino nell'Apologo sull'onestà nel Paese dei corrotti.
Che ovviamente per questioni di tempo sono costretto a sintetizzare:
C'era un Paese che si reggeva sull'illecito.
Un Paese in cui tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità, compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale e sentirsi così con la coscienza a posto.
Avrebbero potuto dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel Paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: GLI ONESTI.
Erano costoro onesti, non per qualche speciale ragione, erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altre persone.
In quel Paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, loro erano i soli a farsi degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero potuto fare”.

Credo che su queste parole dovremmo meditare profondamente.



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