Durante
una cena, il figlio disabile di una coppia di amici, mi chiese:
perché nella tua “Isola” a TPN non parli mai dei problemi di noi
disabili?
Lì
per lì rimasi senza parole. Ero stupito, ma poi mi resi conto che
era la pura verità: di queste problematiche non ne avevo mai parlato
neppure di striscio e poi mi sono reso conto che anche i media più
importanti se ne interessano di rado.
Fu
così che i genitori del ragazzo mi informarono che Antonio, (uso un
nome di fantasia per rispetto della sua privacy), lavora in un
Comune, ma ora vive nell'angoscia, perché il suo posto di lavoro
potrebbe essere tagliato per mere questioni burocratiche, per dei
nuovi regolamenti che mettono in pericolo queste “BORSE
LAVORO” previste dalla Regione per chi soffre di qualche
disabilità.
Per
cui il futuro di Antonio e di altri che si trovano nella sua stessa
condizione, È MOLTO INCERTO.
Chiesi,
così, ad Antonio, di scrivere una lettera aperta che esprimesse il
suo pensiero, il suo stato d'animo che poi avrei letto nella mia
“Isola”.
Antonio
l'ha preparata e ora ve la leggo.
Ecco
il testo.
“Mi
chiamo Antonio.
Sono
nato nel 1974.
Dal
'99 sono occupato presso i Servizi Sociali del Comune di
…...............
Svolgo
lavoro di segreteria cinque giorni alla settimana per otto ore
giornaliere.
Non
percepisco uno stipendio pieno, la mia è una BORSA LAVORO, ma questa
occupazione è un'esperienza importantissima per me, costruita piano
piano, anno dopo anno, spesso con difficoltà, ma che mi ha permesso
di sentirmi parte della società.
Attraverso
il lavoro sono maturato ed ho potuto apprendere tante cose.
Non
è stato facile conoscere tutte le persone che ruotano nella
struttura, nel tempo qualcuno se n'è andato per lasciare il posto ad
altri operatori e in quelle occasioni ho dovuto ricominciare da capo,
imparare a lavorare con loro, far nascere nuove relazioni, farmi
voler bene; il lavoro è stato una prova che si rinnovava
quotidianamente, per tutti.
So
che non è facile confrontarsi con ciò che appare diverso, come
posso apparire io: sono un ragazzo disabile, solo ora che sono un
adulto ho imparato a dirlo con maggiore serenità, grazie alle
persone che mi sono state vicine nel corso degli anni: la mia
famiglia, qualche insegnante che ha creduto in me, alcuni colleghi di
lavoro, tutti quelli che hanno saputo guardarmi al di là dei miei
problemi.
Problemi
conseguenti alla disabilità che mi è stata regalata al momento
della nascita dalla trascuratezza o incompetenza del personale
medico: io fino all'ingresso in ospedale ero un bambino forte e sano
di oltre quattro chili.
Anche
mia madre ha subito le conseguenze di quei vergognosi pasticci.
Eppure,
quando ero ancora bambino, credevo che in qualche modo quando sarei
stato grande, il mio corpo si sarebbe rinvigorito, avrebbe obbedito
ai miei comandi e mi sarebbe stato facile fare ciò che è scontato
per tutti: correre, guidare un'auto, andare fuori con gli amici,
praticare uno sport, poter esprimere chiaramente quello che penso
nelle conversazioni.
Ma
poi non è stato così.
Ogni
piccola conquista, ogni piccola tappa della mia crescita comportava
una rinuncia, una delusione.
Da
ragazzino, nel cortile di casa, la mia bicicletta a quattro ruote mi
sembrava un bolide, il mio cavallo per la libertà, ma mentre i
compagni usavano la propria per venire a scuola, io non ho mai potuto
andare oltre il cancello e il mio sogno di autonomia è presto
svanito.
Non
c'è stato nessun motorino né la possibilità di un'auto, e non è
facile dipendere sempre da qualcuno per ogni spostamento, per ogni
cosa che si desidera fare, anche il semplice desiderio di andare a
vedere un film.
Ma
poi finalmente è arrivato il lavoro ai Servizi Sociali, una
dimensione mia dove potevo svolgere compiti e soprattutto sentirmi
utile.
Iniziare
il lavoro è stato come aprire una finestra sul mondo, dare spazio
alla mia dignità.
Non
dico che a volte non sia faticoso, ma è il mio piccolo posto nella
società, l'unico che dia un senso alla mia vita.
Ho
rispetto per le leggi e capisco che questo non è un bel momento, so
quanto grave sia la crisi economica che ha colpito il paese, ma
voglio difendere questo spazio acquisito, non posso pensare di
lasciar svanire anche questa speranza.
Mi
piacerebbe sapere cosa fareste voi che avete avuto la fortuna di un
parto ben assistito, che siete normali, che non dovete pagare per
un'intera vita gli errori degli altri.
Ditemi,
io so ascoltare.”
Ed
io, caro Antonio, spero siano in ascolto coloro che possono risolvere
questa questione.
A
me pare che basti solo un po' di buona volontà da parte di queste
autorità. E anche un po' di umanità.
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