giovedì 10 gennaio 2013

Testo della mia "L'Isola" a TPN del 9 gennaio 2013


Durante una cena, il figlio disabile di una coppia di amici, mi chiese: perché nella tua “Isola” a TPN non parli mai dei problemi di noi disabili?
Lì per lì rimasi senza parole. Ero stupito, ma poi mi resi conto che era la pura verità: di queste problematiche non ne avevo mai parlato neppure di striscio e poi mi sono reso conto che anche i media più importanti se ne interessano di rado.
Fu così che i genitori del ragazzo mi informarono che Antonio, (uso un nome di fantasia per rispetto della sua privacy), lavora in un Comune, ma ora vive nell'angoscia, perché il suo posto di lavoro potrebbe essere tagliato per mere questioni burocratiche, per dei nuovi regolamenti che mettono in pericolo queste “BORSE LAVORO” previste dalla Regione per chi soffre di qualche disabilità.
Per cui il futuro di Antonio e di altri che si trovano nella sua stessa condizione, È MOLTO INCERTO.
Chiesi, così, ad Antonio, di scrivere una lettera aperta che esprimesse il suo pensiero, il suo stato d'animo che poi avrei letto nella mia “Isola”.
Antonio l'ha preparata e ora ve la leggo.
Ecco il testo.

Mi chiamo Antonio.
Sono nato nel 1974.
Dal '99 sono occupato presso i Servizi Sociali del Comune di …...............
Svolgo lavoro di segreteria cinque giorni alla settimana per otto ore giornaliere.
Non percepisco uno stipendio pieno, la mia è una BORSA LAVORO, ma questa occupazione è un'esperienza importantissima per me, costruita piano piano, anno dopo anno, spesso con difficoltà, ma che mi ha permesso di sentirmi parte della società.
Attraverso il lavoro sono maturato ed ho potuto apprendere tante cose.
Non è stato facile conoscere tutte le persone che ruotano nella struttura, nel tempo qualcuno se n'è andato per lasciare il posto ad altri operatori e in quelle occasioni ho dovuto ricominciare da capo, imparare a lavorare con loro, far nascere nuove relazioni, farmi voler bene; il lavoro è stato una prova che si rinnovava quotidianamente, per tutti.
So che non è facile confrontarsi con ciò che appare diverso, come posso apparire io: sono un ragazzo disabile, solo ora che sono un adulto ho imparato a dirlo con maggiore serenità, grazie alle persone che mi sono state vicine nel corso degli anni: la mia famiglia, qualche insegnante che ha creduto in me, alcuni colleghi di lavoro, tutti quelli che hanno saputo guardarmi al di là dei miei problemi.
Problemi conseguenti alla disabilità che mi è stata regalata al momento della nascita dalla trascuratezza o incompetenza del personale medico: io fino all'ingresso in ospedale ero un bambino forte e sano di oltre quattro chili.
Anche mia madre ha subito le conseguenze di quei vergognosi pasticci.
Eppure, quando ero ancora bambino, credevo che in qualche modo quando sarei stato grande, il mio corpo si sarebbe rinvigorito, avrebbe obbedito ai miei comandi e mi sarebbe stato facile fare ciò che è scontato per tutti: correre, guidare un'auto, andare fuori con gli amici, praticare uno sport, poter esprimere chiaramente quello che penso nelle conversazioni.
Ma poi non è stato così.
Ogni piccola conquista, ogni piccola tappa della mia crescita comportava una rinuncia, una delusione.
Da ragazzino, nel cortile di casa, la mia bicicletta a quattro ruote mi sembrava un bolide, il mio cavallo per la libertà, ma mentre i compagni usavano la propria per venire a scuola, io non ho mai potuto andare oltre il cancello e il mio sogno di autonomia è presto svanito.
Non c'è stato nessun motorino né la possibilità di un'auto, e non è facile dipendere sempre da qualcuno per ogni spostamento, per ogni cosa che si desidera fare, anche il semplice desiderio di andare a vedere un film.
Ma poi finalmente è arrivato il lavoro ai Servizi Sociali, una dimensione mia dove potevo svolgere compiti e soprattutto sentirmi utile.
Iniziare il lavoro è stato come aprire una finestra sul mondo, dare spazio alla mia dignità.
Non dico che a volte non sia faticoso, ma è il mio piccolo posto nella società, l'unico che dia un senso alla mia vita.
Ho rispetto per le leggi e capisco che questo non è un bel momento, so quanto grave sia la crisi economica che ha colpito il paese, ma voglio difendere questo spazio acquisito, non posso pensare di lasciar svanire anche questa speranza.
Mi piacerebbe sapere cosa fareste voi che avete avuto la fortuna di un parto ben assistito, che siete normali, che non dovete pagare per un'intera vita gli errori degli altri.
Ditemi, io so ascoltare.”

Ed io, caro Antonio, spero siano in ascolto coloro che possono risolvere questa questione.
A me pare che basti solo un po' di buona volontà da parte di queste autorità. E anche un po' di umanità.












































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