venerdì 14 giugno 2013

Testo della mia "L'Isola" a TPN del 13 giugno 2013

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Dopo l'intervento del ministro dell'Integrazione Cècile Kyenge sulla jus soli, il dibattito su questo argomento si è fatto serrato.
A dire il vero il ministro è stato un po' avventato. Non ha spiegato bene la jus soli che intendeva proporre, ma molte reazioni del mondo politico, specialmente della destra, sono state piuttosto sgangherate
E allora vediamo di capire meglio la questione.
In tutto il mondo l'acquisizione automatica della cittadinanza si raggiunge in due modi: con la jus sanguinis o con la jus soli.
Con la jus sanguinis il nuovo nato acquisisce automaticamente la cittadinanza dei genitori.
Mentre con la jus soli si acquista la cittadinanza del Paese in cui si nasce.
La jus soli è in vigore in vari Paesi tra cui gli Stati Uniti, il Canada, il Brasile e l'Argentina, mentre in Italia vige la jus sanguinis.
Per cui un bambino nato da genitori italiani diventa automaticamente un cittadino italiano. Mentre chi nasce in Italia da genitori stranieri con il permesso di soggiorno regolare, solo al compimento del suo 18esimo anno di età PUÒ chiedere la cittadinanza italiana.
Ho detto che può richiederla perché non è automatica, la legge pianta diversi paletti.
Ad esempio, il neo maggiorenne, nato in Italia figlio di immigrati extracomunitari, non deve mai essere uscito dall'Italia nei suoi 18 anni.
Recentemente, in una “lettera al direttore” su Repubblica, ad una ragazza di origini marocchine che ha frequentato le nostre scuole fino alla maturità e quindi conosce la nostra lingua, la nostra cultura, che è cresciuta con i suoi coetanei italiani, le è stata negata la cittadinanza italiana perché due dei suoi 18 anni li aveva vissuti in Marocco!
Certo, però, l'acquisizione della cittadinanza con la jus soli dev'essere temperata con dei passaggi ben definiti.
In tempi in cui le immigrazioni per fuggire da guerre e miseria sono ormai diventate esodi biblici, molti verrebbero nel nostro Paese per far nascere i loro figli facendogli così acquisire automaticamente la cittadinanza italiana.
E allora, per acquisire la cittadinanza devono esserci dei passaggi ben delineati come la frequenza nelle nostre scuole e quindi la conoscenza della nostra lingua, della nostra cultura, dei nostri valori civili,
insomma un percorso culturale definito, ma senza quei paletti che sembrano messi apposta per scoraggiare quei ragazzi che si sentono italiani, ma non lo sono e vogliono esserlo a tutti gli effetti.
Oggi, ad esempio, se i genitori immigrati perdono il lavoro e non lo ritrovano entro un anno, perdono il permesso di soggiorno diventando di fatto dei clandestini e quindi con la possibilità di venire espulsi.
Per cui dei bambini o dei ragazzi minorenni, cresciuti da noi, che non conoscono altre lingue se non l'italiano, che parlano magari il dialetto locale e che non sono diversi dai loro coetanei italiani, potrebbero essere rispediti nei Paesi d'origine dei loro genitori.
Magari in un Paese di cui non conoscono la lingua, né le tradizioni, essendo di fatto: italiani.
Credo sia inutile sottolineare che questo è dovuto all'approccio al problema che ha imposto la Lega, quando governava il Paese.
C'è un esempio illuminante vicino a noi.
Qualche anno fa, questo partito ha voluto chiudere l'ambulatorio all'interno dell'ospedale civile di Pordenone che curava gli immigrati irregolari, una struttura gestita gratuitamente da medici volontari.
Secondo me questa è la dimostrazione plastica di come fin'ora la “questione immigrazione” sia stata gestita dal nostro Paese negli ultimi vent'anni: l'immigrazione è un problema che si risolve con il pugno di ferro.
Io penso che l'immigrazione sia un problema delicato e complicato che sicuramente non si risolve con quattro slogan.
Bisognerebbe usare un approccio senza steccati ideologici.
Ma guardiamo all'oggi, ai nostri figli e ai nostri nipoti che frequentano le scuole dell'obbligo e che è del tutto normale per loro intrecciare amicizie con altri bambini, con altri ragazzi, anche se hanno origini lontane ed hanno la pelle di colore diverso.
Qualche tempo fa un mio amico, padre di una bambina di sette anni, mi raccontò che all'uscita di scuola, suo figlio, indicando un suo amichetto disse: “è quello con la maglietta gialla”.
A questo bambino, poco importava se il suo amico era figlio di genitori nigeriani e aveva la pelle nera.
Le nuove generazioni sono abituate a vivere in una realtà multicolore e multietnica.
Un altro e importante argomento è di tipo fiscale.
I paesi anglosassoni applicano storicamente il principio liberale: se pago le tasse ho diritto di partecipare alla vita pubblica e di scegliere chi mi amministra.
Perché, se si pretendono giustamente i doveri (rispettare le leggi, pagare le tasse), si devono anche garantire loro dei diritti e perciò, dopo un percorso ben definito, deve essere dato loro il diritto di partecipare alla vita pubblica, di diventare cittadini con doveri e diritti quanto un normale “Mario Rossi”, senza leggi vessatorie umilianti.



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