Dopo
l'intervento del ministro dell'Integrazione Cècile Kyenge sulla jus
soli, il dibattito su questo argomento si è fatto serrato.
A
dire il vero il ministro è stato un po' avventato. Non ha spiegato
bene la jus soli che intendeva proporre, ma molte reazioni del mondo
politico, specialmente della destra, sono state piuttosto sgangherate
E
allora vediamo di capire meglio la questione.
In
tutto il mondo l'acquisizione automatica della cittadinanza si
raggiunge in due modi: con la jus sanguinis o con la jus soli.
Con
la jus sanguinis il nuovo nato acquisisce automaticamente la
cittadinanza dei genitori.
Mentre
con la jus soli si acquista la cittadinanza del Paese in cui si
nasce.
La
jus soli è in vigore in vari Paesi tra cui gli Stati Uniti, il
Canada, il Brasile e l'Argentina, mentre in Italia vige la jus
sanguinis.
Per
cui un bambino nato da genitori italiani diventa automaticamente un
cittadino italiano. Mentre chi nasce in Italia da genitori stranieri
con il permesso di soggiorno regolare, solo al compimento del suo
18esimo anno di età PUÒ chiedere la cittadinanza italiana.
Ho
detto che può richiederla perché non è automatica, la legge pianta
diversi paletti.
Ad
esempio, il neo maggiorenne, nato in Italia figlio di immigrati
extracomunitari, non deve mai essere uscito dall'Italia nei suoi 18
anni.
Recentemente,
in una “lettera al direttore” su Repubblica, ad una ragazza di
origini marocchine che ha frequentato le nostre scuole fino alla
maturità e quindi conosce la nostra lingua, la nostra cultura, che è
cresciuta con i suoi coetanei italiani, le è stata negata la
cittadinanza italiana perché due dei suoi 18 anni li aveva vissuti
in Marocco!
Certo,
però, l'acquisizione della cittadinanza con la jus soli dev'essere
temperata con dei passaggi ben definiti.
In
tempi in cui le immigrazioni per fuggire da guerre e miseria sono
ormai diventate esodi biblici, molti verrebbero nel nostro Paese per
far nascere i loro figli facendogli così acquisire automaticamente
la cittadinanza italiana.
E
allora, per acquisire la cittadinanza devono esserci dei passaggi ben
delineati come la frequenza nelle nostre scuole e quindi la
conoscenza della nostra lingua, della nostra cultura, dei nostri
valori civili,
insomma
un percorso culturale definito, ma senza quei paletti che sembrano
messi apposta per scoraggiare quei ragazzi che si sentono italiani,
ma non lo sono e vogliono esserlo a tutti gli effetti.
Oggi,
ad esempio, se i genitori immigrati perdono il lavoro e non lo
ritrovano entro un anno, perdono il permesso di soggiorno diventando
di fatto dei clandestini e quindi con la possibilità di venire
espulsi.
Per
cui dei bambini o dei ragazzi minorenni, cresciuti da noi, che non
conoscono altre lingue se non l'italiano, che parlano magari il
dialetto locale e che non sono diversi dai loro coetanei italiani,
potrebbero essere rispediti nei Paesi d'origine dei loro genitori.
Magari
in un Paese di cui non conoscono la lingua, né le tradizioni,
essendo di fatto: italiani.
Credo
sia inutile sottolineare che questo è dovuto all'approccio al
problema che ha imposto la Lega, quando governava il Paese.
C'è
un esempio illuminante vicino a noi.
Qualche
anno fa, questo partito ha voluto chiudere l'ambulatorio all'interno
dell'ospedale civile di Pordenone che curava gli immigrati
irregolari, una struttura gestita gratuitamente da medici volontari.
Secondo
me questa è la dimostrazione plastica di come fin'ora la “questione
immigrazione” sia stata gestita dal nostro Paese negli ultimi
vent'anni: l'immigrazione è un problema che si risolve con il pugno
di ferro.
Io
penso che l'immigrazione sia un problema delicato e complicato che
sicuramente non si risolve con quattro slogan.
Bisognerebbe
usare un approccio senza steccati ideologici.
Ma
guardiamo all'oggi, ai nostri figli e ai nostri nipoti che
frequentano le scuole dell'obbligo e che è del tutto normale per
loro intrecciare amicizie con altri bambini, con altri ragazzi, anche
se hanno origini lontane ed hanno la pelle di colore diverso.
Qualche
tempo fa un mio amico, padre di una bambina di sette anni, mi
raccontò che all'uscita di scuola, suo figlio, indicando un suo
amichetto disse: “è quello con la maglietta gialla”.
A
questo bambino, poco importava se il suo amico era figlio di genitori
nigeriani e aveva la pelle nera.
Le
nuove generazioni sono abituate a vivere in una realtà multicolore e
multietnica.
Un
altro e importante argomento è di tipo fiscale.
I
paesi anglosassoni applicano storicamente il principio liberale: se
pago le tasse ho diritto di partecipare alla vita pubblica e di
scegliere chi mi amministra.
Perché,
se si pretendono giustamente i doveri (rispettare le leggi, pagare le
tasse), si devono anche garantire loro dei diritti e perciò, dopo un
percorso ben definito, deve essere dato loro il diritto di
partecipare alla vita pubblica, di diventare cittadini con doveri e
diritti quanto un normale “Mario Rossi”, senza leggi vessatorie
umilianti.
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