lunedì 17 agosto 2026

La Marina americana e non solo, in difficoltà

Pino Arlacchi, prof. ordinario di Sociologia, ex vice segretario dell’Onu, ex senatore ed ex europarlamentare, è intervenuto sul Fatto sulla forza militare Usa. Ha osservato che la potenza americana è in netto declino, per i troppi conflitti che gli Usa hanno acceso nel mondo. Ha portato come esempio le dislocazioni delle sue portaerei nel mondo.

Le due dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel mar Arabico a oltre mille km dalle coste iraniane. Un mare che un tempo era ritenuto un lago americano. Mentre la terza, la Ford, dirottata in marzo nel mar Rosso per fronteggiare gli Houthi, un incendio a bordo l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk  e il mar Rosso è rimasto senza portaerei Usa.

Il perché la prima potenza navale al mondo si tiene a distanza di sicurezza dall’Iran, è spiegata per la loro vulnerabilità. Infatti uno sciame di droni e missili ipersonici da pochi milioni, è in grado di mettere fuori uso una portaerei  dal costo di 11 miliardi di dollari.

Lo stretto di Hormuz è chiuso di fatto dall’8 luglio, quando sono riprese le ostilità con l’Iran. Per cui l’Arabia Saudita aveva dirottato il 90% della sua produzione di greggio verso Yanbu nel mar Rosso. Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad, e attaccato gli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. Il greggio saudita che attraversava Bab el- Mandeb si è bloccato e quello destinato all’Asia deve fare il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più. E davanti a questi disastri cosa fa Trump? L’Iran aveva disabilitato le basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein, Giordania, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. Ora chi ospita basi americane per l’Iran diventano bersagli legittimi. Restano i bombardieri strategici dal Missouri, ma sono missioni da 35 ore, incompatibili  per una campagna militare. Per cui agli Usa per la guerra a distanza con l’Iran, restano i missili da crociera che è l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali si misurano in migliaia di pezzi, ma i ritmi di produzione sono di centinaia l’anno, che si possono consumare in una settimana di guerra intensiva. Se troppo spesso Trump parla di aver scorte di armi e munizioni in abbondanza, suona che il problema delle scorte in realtà esiste. Certo, per Trump è stato un grosso azzardo attaccare l’Iran. Un Paese immenso di 92 milioni di abitanti. Può invadere e conquistare le isole che presiedono lo stretto di Hormuz, ma la loro occupazione sarebbe difficile da mantenere  perché resterebbe esposta al fuoco iraniano continuo con missili che partono dalla costa. Per cui, come tuona Trump, per riaprire lo stretto di Hormuz richiede la presenza fissa dell’esercito americano con i pericoli sopra esposti.

Scrive sempre Arlacchi, gli Stati Uniti conservano un’impareggiabile capacità distruttiva, ma ciò che hanno perso è la capacità di controllo. Ma un potere che può punire, ma non  può proteggere, non è più un’egemonia. E’ una dominazione bruta per le sue vittime, vedi Venezuela e Cuba, e un estorsore mafioso per i suoi amici, che stanno diminuendo a vista d’occhio. Lo si vede anche dai mercati. La minaccia simultanea delle due grandi rotte del greggio, Hormuz e Bab el- Mandeb, non ha fatto salire il prezzo verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Trump doveva sedersi al tavolo delle trattative. E la scommessa l’hanno vinta. Il bandito di Washington ha revocato l’attacco pianificato ed ha annunciato la ripresa dei negoziati per lunedì 17 agosto, attraverso la mediazione dell’Oman e così il Brent è sceso sotto gli 85 dollari in una sola seduta di borsa.

In un quadro così complesso, le elezioni americane di novembre sono fonte di molte preoccupazione per Trump. La benzina è alle stelle e gli alleati storici  sono sempre più distanti dai metodi che usa il boss. Questa avventura iraniana sta facendo emergere le difficoltà degli Usa di essere lo sceriffo del mondo.

Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.

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