Pino Arlacchi, prof. ordinario di Sociologia, ex vice segretario dell’Onu, ex senatore ed ex europarlamentare, è intervenuto sul Fatto sulla forza militare Usa. Ha osservato che la potenza americana è in netto declino, per i troppi conflitti che gli Usa hanno acceso nel mondo. Ha portato come esempio le dislocazioni delle sue portaerei nel mondo.
Le due
dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel mar Arabico a
oltre mille km dalle coste iraniane. Un mare che un tempo era ritenuto un lago
americano. Mentre la terza, la Ford, dirottata in marzo nel mar Rosso per
fronteggiare gli Houthi, un incendio a bordo l’ha costretta al rientro. Oggi è
in bacino di carenaggio a Norfolk e il
mar Rosso è rimasto senza portaerei Usa.
Il perché la
prima potenza navale al mondo si tiene a distanza di sicurezza dall’Iran, è
spiegata per la loro vulnerabilità. Infatti uno sciame di droni e missili
ipersonici da pochi milioni, è in grado di mettere fuori uso una portaerei dal costo di 11 miliardi di dollari.
Lo stretto
di Hormuz è chiuso di fatto dall’8 luglio, quando sono riprese le ostilità
con l’Iran. Per cui l’Arabia Saudita aveva dirottato il 90% della sua produzione
di greggio verso Yanbu nel mar Rosso. Ma il 20 luglio gli Houthi hanno
proclamato l’embargo navale contro Riad, e attaccato gli impianti Aramco di
Jizan e della stessa Yanbu. Il greggio saudita che attraversava Bab el- Mandeb
si è bloccato e quello destinato all’Asia deve fare il periplo dell’Africa. Un
mese di navigazione in più. E davanti a questi disastri cosa fa Trump? L’Iran
aveva disabilitato le basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein, Giordania,
Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. Ora chi ospita basi americane per l’Iran
diventano bersagli legittimi. Restano i bombardieri strategici dal Missouri, ma
sono missioni da 35 ore, incompatibili
per una campagna militare. Per cui agli Usa per la guerra a distanza con
l’Iran, restano i missili da crociera che è l’unica davvero praticata. Ma gli
arsenali si misurano in migliaia di pezzi, ma i ritmi di produzione sono di
centinaia l’anno, che si possono consumare in una settimana di guerra
intensiva. Se troppo spesso Trump parla di aver scorte di armi e munizioni in
abbondanza, suona che il problema delle scorte in realtà esiste. Certo, per
Trump è stato un grosso azzardo attaccare l’Iran. Un Paese immenso di 92
milioni di abitanti. Può invadere e conquistare le isole che presiedono lo
stretto di Hormuz, ma la loro occupazione sarebbe difficile da mantenere perché resterebbe esposta al fuoco iraniano
continuo con missili che partono dalla costa. Per cui, come tuona Trump, per
riaprire lo stretto di Hormuz richiede la presenza fissa dell’esercito
americano con i pericoli sopra esposti.
Scrive
sempre Arlacchi, gli Stati Uniti conservano un’impareggiabile capacità
distruttiva, ma ciò che hanno perso è la capacità di controllo. Ma un potere
che può punire, ma non può proteggere,
non è più un’egemonia. E’ una dominazione bruta per le sue vittime, vedi
Venezuela e Cuba, e un estorsore mafioso per i suoi amici, che stanno
diminuendo a vista d’occhio. Lo si vede anche dai mercati. La minaccia
simultanea delle due grandi rotte del greggio, Hormuz e Bab el- Mandeb, non ha
fatto salire il prezzo verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori
scommettevano che Trump doveva sedersi al tavolo delle trattative. E la
scommessa l’hanno vinta. Il bandito di Washington ha revocato l’attacco
pianificato ed ha annunciato la ripresa dei negoziati per lunedì 17 agosto,
attraverso la mediazione dell’Oman e così il Brent è sceso sotto gli 85 dollari
in una sola seduta di borsa.
In un quadro
così complesso, le elezioni americane di novembre sono fonte di molte
preoccupazione per Trump. La benzina è alle stelle e gli alleati storici sono sempre più distanti dai metodi che usa
il boss. Questa avventura iraniana sta facendo emergere le difficoltà degli Usa
di essere lo sceriffo del mondo.
Il tempo
dell’impero non lavora più per l’impero.
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