Da "Il Post"
Martedì al Forum di Davos, in Svizzera, il primo ministro del Canada Mark Carney ha tenuto un discorso che è stato particolarmente apprezzato e che è circolato molto sui social media. Carney, che governa dal 2025 ed è il leader del Partito Liberale, di centrosinistra, ha parlato «della rottura dell’ordine mondiale… e dell’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo». Carney si riferisce, in particolare, al fatto che gli Stati Uniti hanno cominciato a violare platealmente il diritto internazionale e a ignorare le istituzioni internazionali che loro stessi avevano contribuito a fondare, minacciando i loro stessi alleati. Il discorso è stato ritenuto molto lucido, e anche onesto nel descrivere un certo livello di ipocrisia che teneva assieme l’ordine mondiale. Lo trovate tradotto per intero, qui sotto. E' lungo, ma merita di essere letto.
È un piacere – e un
dovere – essere qui con voi in questo momento di svolta per il Canada e per il
mondo.
Oggi parlerò della
rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di
una realtà brutale, in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta
ad alcun vincolo. Ma vorrei anche sostenere che gli altri paesi, in particolare
le medie potenze come il Canada, non sono senza poteri. Esse hanno la capacità
di costruire un nuovo ordine che incorpori i nostri valori, come il rispetto
dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e
l’integrità territoriale degli stati.
Il potere dei meno
potenti inizia con l’onestà.
Ogni giorno ci viene
ricordato che viviamo in un’era di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine
basato sulle regole sta svanendo. Che “i forti fanno ciò che possono e i deboli
subiscono ciò che devono”.
Questo aforisma
di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica
naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa
logica, c’è una forte tendenza dei paesi ad assecondare il sistema per stare
bene. Per adattarsi. Per evitare problemi. Per sperare che il rispetto di
questa logica garantisca la sicurezza. Non sarà così. Quindi, quali sono le
nostre opzioni?
Nel 1978, il
dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei
senza potere. Nel saggio poneva una domanda semplice: come faceva il
sistema comunista a mantenersi in piedi? La sua risposta iniziava con un
fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante espone un cartello nella sua
vetrina: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Non ci crede. Nessuno ci
crede. Eppure espone il cartello lo stesso: per evitare guai, per segnalare la propria
adesione al sistema, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante in ogni strada
fa lo stesso, il sistema persiste. Non solo attraverso la violenza, ma
attraverso la partecipazione della gente comune a rituali che, in privato, sa
essere falsi.
Havel definì tutto ciò
“vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma
dalla inclinazione di ognuno a recitare la propria parte come se fosse vera. E
la sua fragilità deriva dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette
di recitare – quando il fruttivendolo toglie il suo cartello – l’illusione
inizia a incrinarsi.
È tempo che le aziende
e i paesi tirino giù i loro cartelli.
Per decenni, paesi
come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale
basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, lodato i suoi
princìpi e beneficiato della sua prevedibilità. Sotto la sua protezione,
abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori.
Sapevamo che la storia
dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa. Sapevamo
che i più forti se ne sarebbero approfittati quando lo avrebbero trovato
conveniente e che le regole del commercio venivano applicate in modo
asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore
variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era
utile, e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni
pubblici: le rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, la
sicurezza collettiva e il supporto a strutture per la risoluzione delle
controversie. Così, abbiamo esposto il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato
ai riti. E abbiamo ampiamente evitato di denunciare il divario tra la retorica
e la realtà.
Questo patto non
funziona più. Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura,
non di una transizione.
Negli ultimi
vent’anni, una serie di crisi nei settori della finanza, della sanità,
dell’energia e della geopolitica ha messo a nudo i rischi di un’integrazione
globale estrema. Più di recente, le grandi potenze hanno iniziato a usare
l’integrazione economica come arma. I dazi come strumento d’influenza.
L’infrastruttura finanziaria come coercizione. Le catene di approvvigionamento
come vulnerabilità da sfruttare. Non si può “vivere nella menzogna” del mutuo
beneficio attraverso l’integrazione, quando l’integrazione stessa diventa la
fonte della propria subordinazione.
Le istituzioni
multilaterali su cui le medie potenze facevano affidamento – il WTO, l’ONU, la
COP – ovvero l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi, sono
fortemente indebolite. Di conseguenza, molti paesi stanno giungendo alle stesse
conclusioni. Devono sviluppare una maggiore autonomia strategica: nell’energia,
nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di
approvvigionamento.
Questo impulso è
comprensibile. Un paese che non può nutrire sé stesso, rifornirsi di energia o
difendersi, ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi
proteggerti da solo. Ma dobbiamo essere lucidi su dove questo conduca. Un mondo
composto da fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.
E c’è un’altra verità:
se le grandi potenze abbandonano persino la messinscena delle regole e dei
valori per il perseguimento senza freni del proprio potere e dei propri
interessi, i vantaggi del “transazionalismo” diventano più difficili da
replicare. Gli egemoni non possono monetizzare continuamente le proprie
relazioni.
Gli alleati
diversificheranno per tutelarsi dall’incertezza. Cercheranno dei modi per
mettersi al riparo dai pericoli. Aumenteranno le opzioni a disposizione. Ciò
ricostruisce la sovranità: una sovranità che un tempo era fondata sulle regole,
ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.
Come ho detto, questa
classica gestione del rischio ha un prezzo, ma il costo dell’autonomia
strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli investimenti
collettivi nella resilienza sono più economici rispetto al tentativo di ogni
nazione di costruire la propria fortezza. Standard condivisi riducono la
frammentazione. Le complementarità sono a somma positiva.
La questione per le
medie potenze, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova
realtà. Dobbiamo farlo. La questione è se ci adatteremo limitandoci a
costruire mura più alte o se saremo capaci di fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra
i primi paesi a sentire la sveglia, e questo ci ha spinto a cambiare
radicalmente la nostra posizione strategica. I canadesi sanno che la
nostra vecchia e rassicurante convinzione, secondo cui la nostra posizione
geografica e l’appartenenza a certe alleanze ci avrebbero conferito
automaticamente prosperità e sicurezza, non è più valida.
Il nostro nuovo
approccio si fonda su quello che Alexander Stubb ha definito «realismo basato
sui valori» o, per dirla in altro modo, miriamo a essere di buoni
princìpi e pragmatici al tempo stesso. Saremo di buoni princìpi nel
nostro impegno verso i valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, divieto
dell’uso della forza se non in conformità con la Carta delle Nazioni
Unite, rispetto dei diritti umani. Saremo pragmatici nel riconoscere
che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono e che
non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci stiamo impegnando
molto, strategicamente e con gli occhi aperti. Affrontiamo
attivamente il mondo così com’è, senza aspettare che il mondo sia come
vorremmo.
Il Canada sta
calibrando le proprie relazioni in modo che la loro profondità rifletta i
nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare
la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi
che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà dopo. Non facciamo
più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche
sul valore della nostra forza.
Stiamo costruendo
questa forza nel nostro paese. Da quando il mio governo è entrato in
carica, abbiamo tagliato le tasse sui redditi, sulle plusvalenze e
sugli investimenti delle imprese; abbiamo rimosso tutte le barriere federali al
commercio interprovinciale e abbiamo dato priorità a investimenti per mille
miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali
critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la
nostra spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modi che rafforzano
le nostre industrie nazionali.
Ci stiamo
diversificando rapidamente all’estero. Abbiamo concordato una partnership
strategica con l’Unione Europea, che include l’adesione al SAFE, l’accordo
europeo sugli appalti per la difesa. Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato
altri dodici accordi commerciali e di sicurezza in quattro
continenti. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership
strategiche con la Cina e il Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero
scambio con l’India, l’ASEAN, la Thailandia, le Filippine e il Mercosur. Per
contribuire a risolvere i problemi globali, stiamo perseguendo la “geometria
variabile”: coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e
interessi.
Sull’Ucraina, siamo un
membro centrale della “Coalizione dei Volenterosi” e uno dei maggiori
contributori pro-capite per la sua difesa e sicurezza. Sulla sovranità
dell’Artico, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo
pienamente il loro diritto unico di decidere il futuro della Groenlandia. Il
nostro impegno verso l’Articolo 5 [della NATO, ndt] è incrollabile.
Stiamo lavorando con i
nostri alleati NATO (inclusi i “Nordic Baltic 8” [un accordo di cooperazione tra
Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Estonia, Lettonia e
Lituania, ndt]) per mettere ulteriormente in sicurezza i fianchi
settentrionale e occidentale dell’alleanza, anche attraverso gli investimenti
senza precedenti del Canada in radar over-the-horizon, sottomarini,
velivoli e truppe sul campo. Il Canada si oppone con forza ai dazi legati alla
Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere gli obiettivi condivisi di
sicurezza e prosperità per l’Artico.
Sul commercio
plurilaterale, stiamo promuovendo gli sforzi per costruire un ponte tra la Partnership Trans-Pacifica (CPTPP) e
l’Unione Europea, creando un nuovo blocco commerciale da 1,5 miliardi di
persone. Sui minerali critici, stiamo formando “club di acquirenti” ancorati al
G7, affinché il mondo possa diversificarsi rispetto a forniture eccessivamente
concentrate.
Sull’intelligenza
artificiale, stiamo cooperando con le democrazie affini per garantire che non
saremo costretti, alla fine, a scegliere tra egemoni e hyperscaler [i
grandi fornitori di servizi cloud che gestiscono i datacenter, ndt].
Questo non è multilateralismo ingenuo. Né si tratta di fare affidamento su
istituzioni indebolite. Si tratta di costruire coalizioni che funzionino,
questione su questione, con partner che condividano abbastanza basi comuni per
agire insieme. In alcuni casi, questo coinvolgerà la vasta maggioranza delle
nazioni.
E si tratta di creare
una fitta rete di connessioni attraverso il commercio, gli investimenti e la
cultura, alla quale poter attingere per le sfide e le opportunità future. Le
medie potenze devono agire insieme perché, se non sei seduto al tavolo, sei sul
menu.
Le grandi potenze
possono permettersi di procedere da sole. Hanno un mercato grosso, la capacità
militare e la forza contrattuale per dettare le condizioni. Le medie potenze
non possono. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo
da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che ci viene offerto. Gareggiamo
tra noi a chi è più accondiscendente.
Questa non è
sovranità. È una messinscena della sovranità mentre si accetta la
subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi che si
trovano nel mezzo hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori o
unirsi per creare una terza via che abbia un impatto. Non dovremmo permettere
che l’ascesa dell’hard power ci renda ciechi di fronte al fatto che
il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà forte, se
sceglieremo di esercitarlo insieme.
Questo mi riporta a
Havel. Cosa significherebbe per le medie potenze “vivere nella verità”?
Significa chiamare la
realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’“ordine internazionale basato
sulle regole” come se funzionasse ancora come promesso. Definire il sistema per
quello che è: un periodo di intensificazione della rivalità tra grandi potenze,
in cui i più potenti perseguono i propri interessi usando l’integrazione
economica come arma di coercizione.
Significa agire con
coerenza. Applicare gli stessi standard agli alleati e ai rivali. Quando le
medie potenze criticano l’intimidazione economica proveniente da una direzione
ma rimangono in silenzio quando proviene da un’altra, stiamo continuando a
tenere il cartello esposto in vetrina. Significa costruire ciò in cui
affermiamo di credere. Creare istituzioni e accordi che funzionino esattamente
come descritto, invece di aspettare che il vecchio ordine venga ripristinato.
E significa ridurre la
forza contrattuale che permette la coercizione. Costruire una solida economia
interna dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione
internazionale non è solo prudenza economica; è la base materiale per una
politica estera onesta. I paesi si guadagnano il diritto di prendere posizioni
di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.
Il Canada ha ciò che
il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve
di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri
fondi pensione sono tra gli investitori più grandi e sofisticati a livello
globale. Abbiamo capitali, talento e un governo con un’immensa capacità fiscale
per agire con decisione. E abbiamo i valori a cui molti altri aspirano.
Il Canada è una
società pluralistica che funziona. La nostra opinione pubblica è rumorosa,
diversificata e libera. I canadesi restano impegnati sul fronte della
sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile in un mondo che è tutto
fuorché questo; un partner che costruisce e valorizza le relazioni a lungo
termine.
Il Canada possiede
anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la
determinazione ad agire di conseguenza. Comprendiamo che questa rottura
richieda qualcosa di più di un semplice adattamento. Richiede onestà riguardo
al mondo così com’è.
Stiamo togliendo il
cartello dalla vetrina. Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo.
La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa
di migliore, di più forte e di più giusto. Questo è il compito delle medie
potenze, che hanno più di tutti da perdere in un mondo di “fortezze” e più di
tutti da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica.
I potenti hanno il
loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere,
di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e
di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con
fiducia. Ed è una strada spalancata a ogni paese che voglia intraprenderla
insieme a noi.
Mark Carney
Un intervento meraviglioso pieno di dignità! Vorrei che anche il nostro primo ministro dicesse queste cose. Ma purtroppo questo sogno è impossibile.
Totò: la serva, serve!
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